I cinque album rap migliori del 2019

Classifica dei 5 album di rap italiano migliori del 2019 secondo la redazione di Raphaolic, ordinata dalla quinta alla prima posizione.

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Se si dovesse riassumere il 2019 del rap italiano in una sola parola, forse quella più adatta sarebbe sorpresa. Quest’anno, dopo un 2018 di conferme, ha visto  protagonisti inaspettati, flop impossibili da prevedere e progetti sorprendenti, come il CD di Night Skinny e il Machete Mixtape 4.

Protagonisti inaspettati sono stati, per esempio, Lazza, Dani Faiv e tha Supreme, del “vivaio Machete”, da cui sono arrivati risultati davvero positivi. Massimo Pericolo e Shiva, due rapper poco conosciuti nell’ambiente, sono passati rapidamente da outsider a rapper di primissimo piano, così come i napoletani Geolier e Lele Blade e la torinese Beba, il cui pubblico si è certamente moltiplicato.

Clementino ed Ensi, figure storiche del rap italiano, che forse il pubblico aveva un po’ dimenticato, sono tornati sulla scena con due dischi di alto livello, così come Coco e Mostro, le cui carriere iniziano a convincere sempre di più.

Altre sorprese sono senza dubbio la svolta pop di Rkomi, l’esplosione definitiva e grandiosa di Giaime, la presenza di Achille Lauro e Rancore a Sanremo, la vittoria di Sfera Ebbasta a X Factor, la delusione di Scatola Nera – il CD di Gemitaiz e Madman – e la tracklist dello strepitoso disco di Night Skinny, che spiazza con accostamenti come Marracash-Capo Plaza, Rkomi-Luchè e Side Baby-Fabri Fibra.

Sebbene i grandi nomi del rap italiano (Salmo, Sfera Ebbasta, Emis Killa, Capo Plaza, Fabri Fibra…) abbiano deciso di non pubblicare dischi nel 2019, a livello qualitativo quest’anno ha davvero poco da invidiare al precedente, specialmente grazie alla pubblicazione di Persona, il grande capolavoro di Marracash, uno dei dischi migliori della musica italiana in assoluto.

Ma quali sono, quindi, i cinque migliori dischi rap pubblicati nel 2019?

5° posto – La bella musica di Vegas Jones

La classifica dei migliori dischi del 2019 è, oggettivamente, di gran lunga più facile da stilare rispetto a quella dell’anno scorso, perché il suo primo posto è praticamente blindato e le tre posizioni successive (2°, 3° e 4° posto) sono anch’esse molto salde. La quinta posizione, tuttavia, genera qualche dubbio e presenta quattro grandi candidati: Scialla Semper di Massimo Pericolo, probabilmente il favorito, La Bella Musica di Vegas Jones, Tarantelle di Clementino e Acquario di Coco, un outsider assolutamente da non sottovalutare.

La scelta di Raphaolic poteva premiare uno qualunque fra questi quattro dischi e probabilmente, valutando con un metro meramente oggettivo, sarebbe stato giusto scegliere Scialla Semper, ma si può davvero premiare un CD di 23 minuti? La risposta è chiaramente personale, ma la certezza è che se il disco di Massimo Pericolo fosse durato 40-60 minuti piuttosto che 23 sarebbe di diritto in questa classifica (e non si sarebbe limitato alla quinta posizione). Sarà sicuramente – perché Massimo Pericolo è un artista di indiscutibile talento – per gli anni prossimi.

Si è premiato, invece, Vegas Jones per un disco che non è perfetto, ma è di qualità altissima, sicuramente superiore al precedente Bellaria! La Bella Musica, pubblicato l’8 novembre, è un album di sostanza e non di hype ed è proprio questo il suo aspetto più entusiasmante… Questo CD non insegue il featuring sbalorditivo né tenta di dar vita a una hit nazionale come era stata Malibù (successo nazionale dell’artista di Ciny), ma propone 14 canzoni scritte e rappate con il cuore e con il sangue.

L’unico difetto di La Bella Musica è allo stesso tempo il suo più grande pregio: rifiutare qualsiasi compromesso con il mainstream, risultando a volte pesante, proponendo però delle atmosfere incredibili. Vegas non spreca neanche una parola, neanche una strofa, scrivendo poesie in grado di far sognare e – come direbbe l’artista – viaggiare l’ascoltatoreLa Bella Musica è un disco biografico: il rapper racconta l’amore, racconta l’amicizia, racconta l’ambizione, la fama, il coraggio, racconta il denaro, l’arte, gli sbalzi d’umore e molto altro ancora. Non si può fare a meno di premiare un CD che – in Follia del Mattino – propone lyrics come:

È semplice addosso, non vedi nient’altro che musica
Non sono nient’altro che musica
Mi sento così lontano dalla moda
Mi sento bene al massimo della forza
Io faccio bene finché non mi ritorna
Sono alla finestra aspetto che risalga su il giorno
Mi gira la testa e sono sempre stato sul bordo
Io non cerco il comfort, è lui che cerca me
Io non lo voglio, sai questo dolore mi serve

oppure – stavolta in Se piove grandina – come:

Tenevo forte le sue mani, erano ancora calde
Rimango a testa alta, quella lacrima non cade
Occhi allagati, quella goccia non scende né sale
Nascosta dietro quella grande del mio occhiale, come figlia e madre
Mi manca l’aria, inizia a scarseggiare
Oggi non esco, vedo al massimo lo specchio, lui non fa domande

Inoltre, La Bella Musica è un CD che ha delle fondamenta solide e resistenti: ci si riferisce alla straordinaria abilità tecnica del cantante, in termini di penna (incastri e giochi di metrica convincenti, belle figure retoriche, vocabolario esteso) e di voce, per quanto riguarda sia rap che canto, oltre che all’indiscusso e ormai maturo lavoro di artisti come Boston George, Joe Vain e Andry The Hitmaker, autori dello straordinario e variopinto tappeto musicale steso per Veggie.

Sintetizzando quanto si è detto, La Bella Musica è un disco di qualità, curato con attenzione in tutti i suoi dettagli, che senza dubbio evidenzia una crescita e un’evoluzione molto matura dell’artista da Bellaria. L’unico appunto che si potrebbe fare al CD – e su cui Vegas senza dubbio ragionerà, vista la sua attenzione maniacale per la sua arte – è la mancanza di un paio di ulteriori tracce, magari in feat e dai suoni freschi e leggeri, che avrebbero permesso al disco di arrivare a molte più persone. Poco male comunque: La Bella Musica non è un album per tutti, ma per i pochi ascoltatori che hanno la sensibilità di comprenderlo, studiarlo e farlo proprio.

4° posto – Aletheia di Izi

Izi è, per molti aspetti, il vero pioniere della “generazione trap” in Italia, ancora più di Sfera Ebbasta e Ghali, e lo deve soprattutto all’uscita del film Zeta, in cui ha recitato nel 2016 e che gli ha garantito una sovraesposizione a livello nazionale. Il suo primo disco Fenice, tuttavia, pur contenendo alcune canzoni eccezionali (si pensi a Chic, a La tua ora, a Izis) non rivelava nemmeno un decimo del potenziale dell’artista che l’Italia avrebbe imparato a conoscere negli anni successivi.

Izi ha realizzato due dischi grandiosi: uno nel 2017, Pizzicato, e uno – di cui si parla qui – nel 2019, Aletheia. Quest’ultimo, pubblicato dopo due anni di quasi totale inattività, è uno di quei CD che conteranno, senza ombra di dubbio, tantissimo per il rap italiano, per una molteplicità di ragioni. Per prima cosa, così come il suo precedente, è un progetto musicalmente brillante, ricchissimo di spunti innovativi e geniali, a livello di flow, – si pensi che Izi considera ogni suo flow una proiezione di uno dei suoi mille Ego – metriche, uso dell’autotune e ritornelli, ma soprattutto a livello di beats.

Dalle chitarre e dai folli flautini di Tha Supreme in Carioca al magico pianoforte di Josh Rosinet in San Giorgio e di Charlie Charles in 48H, agli spunti EDM di Volare 2 e afro-trap di A’dam, si potrebbe elogiare per ore il lavoro svolto da Davide Ice per il CD. La strumentale di Dolcenera, rivisitazione dello storico brano di Fabrizio De Andrè, è un capolavoro, così come quella di Weekend, in cui Izi si è dimostrato innovatore e artista a 360 gradi, realizzando un’intera strofa in inglese.

Quando si parla di Aletheia, inoltre, non si può fare a meno di apprezzarne a pieno la densità di contenuti e la penna misteriosa e simbolista di Izi, che riesce a trattare svariatissimi argomenti tramite i suoi flussi di coscienza. Come spiegato dallo stesso artista, i testi, da Ok! a Pace, passando per le eccezionali Grande, Dammi un motivo, Weekend, Il nome della rosa, Volare 2 e Zorba, hanno più livelli di lettura.

Aletheia è un disco che può essere dunque ascoltato in più modi, a un primo livello godendo delle magiche strumentali e melodie, a un secondo livello leggendo i testi di Izi, che affrontano le più disparate tematiche, concentrandosi a volte sul sociale (esemplificativa è in questo caso Weekend), a volte raccontando la storia personale e i pensieri dell’artista. I temi, dalla violenza della società moderna alla solitudine, passando per l’amore, l’odio, la crescita, la pace, la malattia e la nostalgia, sono trattati da un ragazzo le cui posizioni sono sempre interessantissime e stimolanti, mai scontate o banali.

L’ultimo livello di lettura di Aletheia, infine, si svela quando l’ascoltatore ha veramente interiorizzato i testi dell’artista e comprende il significato del disco nel suo insieme, i cui indizi sono le parole lasciate dall’artista al termine di alcuni brani e che ricomposte formano la frase “Ma un bambino ha paura quando possiamo comprendere la verità”.

Molti si chiederanno perché, in questa, classifica, Aletheia sia preceduto da un disco, per contenuti, più leggero e meno denso come Re MidaIl motivo è da ricercare nell’acerbità dei testi di Izi, che possono e devono essere gestiti ancora meglio dall’artista. Quest’anno Lazza ha realizzato un disco straordinario da tutti i punti di vista, che non contempla certo gli spunti di riflessione e la filosofia di Aletheia, ma gli è superiore per diversi altri aspetti: è tecnicamente più brillante, suona complessivamente più equilibrato e più ordinato. Per questo si è scelto Re Mida e non Aletheia, per aprire il podio dei migliori dischi del rap italiano.

3° posto – Re Mida di Lazza

Non dico quasi niente ma lo dico bene

Con questa frase Lazza si è presentato al grande pubblico nel 2017, in MOBil singolo di presentazione del disco d’esordio Zzala. A due anni di distanza da quel pezzo si può affermare con certezza che, a 26 anni, Lazza è una delle realtà più splendenti dell’hip hop italiano in assoluto, soprattutto in seguito a un 2019 vissuto da protagonista clamoroso e meraviglioso.

Il 2019 di Zzala ha visto l’uscita di Re Mida e di due repack trionfali e solenni, Aurum Piano Solo, di cui tuttavia qui non si parleràOccorre focalizzarsi sul CD nella sua versione originale e sulle sue 17 tracce (bonus tracks comprese), perché la valutazione di queste permette da sola di posizionare Re Mida al terzo posto di questa classifica e di incoronare Lazza rapper dell’anno.

Re Mida non è un disco che “non dice quasi niente ma lo dice bene”, ma è un disco che dice un po’ di cose in maniera straordinaria. Lazzino è un mago del flow, è senza dubbio uno dei rapper più freschi e moderni, in grado di rinnovarsi, interpretare, mischiare, sperimentare e aprirsi a nuove soluzioni: come lui stesso canta in BIG Freestyle:

Mi rinnovo sempre,

Paganini non ripete

Inoltre, Zzala è uno degli artisti rap, metricamente e liricamente, più forti d’Italia, per la capacità di calibrare i suoi versi come pugni, come in Povero Te e Iside, o come carezze, come in Catrame e 24H, e per la sua clamorosa onnipotenza nell’incastro, come nel seguente estratto da Netflix:

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Re Mida è un disco di carisma, di punchlines da capogiro, di pochi contenuti esposti in maniera strabiliante, che tuttavia ospita dei momenti elevati e riflessivi, toccanti e coinvolgenti: su tutte le tracce Re Mida, 24H Catrame. Escluse queste canzoni, comunque, si parla di un album autocelebrativo, sì, ma estremamente funzionale a raccontare la vita di Lazza.

In banger imperiali come Superman, Morto Mai, Iside Box Logo, Zzala si mischia con Jacopo, fondendo il “bosseggiare” con il racconto della sua vita, della povertà e della fame, prima, e della ricchezza e della fama, dopo.

Re Mida, in sostanza, è un vero e proprio diamante, un disco completo, di forza, di determinazione e di sostanza, che non tralascia alcun aspetto e risulta curato in ogni dettaglio. È un CD vario e pieno di sfumature, perfetto per raccontare l’immaginario di un rapper eclettico e talentuoso che ha imparato a farsi rispettare dalla scena e a farsi amare dal pubblico.

L’unico motivo per cui Re Mida si trova al terzo posto del podio – e non più in alto – è che Mattoni Persona, che lo precedono, sono due capolavori di artisti più esperti e navigati del “giovane Chopin”. Probabilmente, se si volesse considerare le repack, bisognerebbe posizionare il CD di Lazza al secondo posto, non al terzo. In ogni caso, Re Mida Mattoni sono due capolavori: dunque il loro ordine nella classifica è questo per dei piccoli, quasi impercettibili dettagli, che in valutazioni di questo tipo fanno la differenza. Complimenti a Lazza, però: molto probabilmente – valutando disco, repack, featuring e live – il miglior artista rap del 2019.

2° posto – Mattoni di Night Skinny

È difficilissimo valutare un CD come Mattoni, semplicemente perché è il disco di un beatmaker, non di un rapper, e di conseguenza viaggia su binari completamente diversi degli altri album. Tuttavia, Mattoni è a tutti gli effetti un disco – e dunque va valutato da tale – e soprattutto è stato concepito affinché suoni come un CD, non come una semplice raccolta di tracce sconnesse e disomogenee.

Night Skinny ha avuto, in Mattoni, il duplice ruolo di beatmaker – e ha quindi realizzato le strumentali delle 16 canzoni – e di coordinatore del lavoro, scegliendo con attenzione gli interpreti dei pezzi per metterli nelle migliori condizioni possibili. Il suo lavoro ha permesso, per esempio, di ascoltare nella stessa canzone due colossi come Marracash e Noyz Narcos e il “giovane fuoriclasse” Capo Plaza. Old school e autotune nello stesso brano per un cocktail esplosivo e scoppiettante come Street Advisor.

Ha coordinato, insieme a Stabber, una posse track da sette minuti di cui la scena aveva assolutamente bisogno, la title track Mattoni,in cui si sentono contemporaneamente le voci di Noyz Narcos, Shiva, Speranza, Guè Pequeno, Geolier, Lazza, Ernia, Side Baby e Taxi B.

Il risultato del suo eccellente lavoro è stato un disco incredibilmente equilibrato, che punta sull’esplosività e sulla tecnica degli interpreti in brani come Street Advisor, Saluti, Mattoni, Bad People Fumo 1ettoe sulla lirica in pezzi come Attraverso Me, Novità, Mille Strade, Stay Away, Fare Chiasso Prometto.

Ciascuno di questi ultimi pezzi citati, infatti, è una piccola perla, che si inserisce in una collana splendente, MattoniGli interpreti si sono davvero impegnati come se il CD di Skinny fosse il loro, dando prova di tutta la loro abilità. Luché, in particolare, ha regalato al producer una vera e propria poesia, Attraverso Meuno dei brani più emozionanti che abbia mai scritto, in cui canta versi come:

Ho perso l’udito e quindi ho perso il suo consiglio
Ho perso il coraggio quando mi disse: “Ho perso tuo figlio”
Non ho perso un amico fin quando ho perso un fratello
Ho vinto la causa, ma poi ho perso l’appello
Ho perso l’amore della vita e la mia vita ha perso senso
Ma non ho mai perso me stesso

Altrettanto notevoli sono i risultati dei trii Rkomi-Ernia-Tedua, Ketama126-Side Baby-Franco126 e Fabri Fibra-Shiva-Side Baby.

Tirando le somme, è facile accorgersi di come il lavoro di Skinny sia stato magistrale per quanto riguarda le scelte e il coordinamento degli artisti e per quanto riguarda i beat, che hanno ispirato gli autori a fare così bene. Di rado, infatti, è possibile vedere performance così di livello in un CD che non è il proprio del rapper stesso. In Mattoni, invece, ognuno dei featuring ha provato in tutti i modi ad alzare il livello dell’album, con risultati quasi sempre eccezionali. Purtroppo, il disco di Skinny sarà ricordato come il secondo miglior album del 2019: semplicemente perché un mese dopo la sua pubblicazione è uscito Persona, un CD di livello troppo alto per essere paragonato agli altri.

1° posto – Persona di Marracash

È davvero difficile trovare le parole giuste per descrivere Persona, quinto e ultimo album di Marracash, perché si parla di un CD imparagonabile a quelli dei colleghi, tanto gli è superiore qualitativamente. Persona è un capolavoro. Persona è arte, è dramma, è vita vera, è teatro, è pensiero e, soprattutto, è musica.

L’ambito in cui Marracash si dimostra un vero fuoriclasse è quello della scrittura: si parla probabilmente della miglior penna del rap italiano e di una delle migliori d’Italia in assoluto. In Persona, il rapper affronta temi sociali, psicologici, politici, biografici, amorosi e – addirittura – filosofici. Ogni espressione sembra calibrata con estrema attenzione così come ogni parola sembra pesata e scelta per il suo ruolo nelle poesie di Marra.

Persona non ha limiti: propone infinite soluzioni, musicali e testuali, e una straordinaria gamma di contentuti. Passa infatti dal raccontare una storia autobiografica in Crudelia, al parlare con l’ascoltatore (in G.O.A.T.), dai versi drammatici di Qualcosa In Cui Credere e Tutto Questo Niente a quelli ironici di Quelli Che Non Pensano, a quelli spietati di Poco Di Buono, a quelli irriverenti e scanzonati di Supreme e Non Sono Marra. Non si può, poi, fare a meno di citare Madame, vera e propria poesia, in cui Marra si trova faccia a faccia con la sua anima: un momento decisivo per il disco.

Un altro aspetto che differenzia Persona dagli altri dischi rap italiani (anche dagli ultimi di Marracash stesso) è il fatto che si tratti di un concept album, in cui, quindi, tutte le canzoni vanno ascoltate per capire il significato complessivo del CD. Infatti, a ogni brano corrisponde una parte del corpo di Marracash: in Poco di buono – IL FEGATO l’artista canta parole di violenza, come se stesse “vomitando odio”, in Tutto questo niente – GLI OCCHI, si parla di ricchezza terrena e materiale, in Qualcosa in cui credere – LO SCHELETRO, il tema affrontato è quello delle certezze di ciò che “tiene in piedi”… Questa peculiarità di Persona permette, da un lato, a Marra di affrontare una quantità sconfinata di argomenti e di farlo con i più disparati stili di scrittura e, dall’altro, all’ascoltatore di unire i pezzi del puzzle per ricostruire la crisi che ha portato il rapper a scrivere il disco. Nelle 15 canzoni del CD c’è davvero tutto di Marracash: dalla sua infanzia, in Appartengo alla sua recente storia d’amore, drammatica e travagliata, in Crudelia, fino alle sue riflessioni socio-politiche, in cui dimostra una lucidissima capacità di analisi (non nuova a chi già conosceva Marra) in Quelli che non pensano.

I meravigliosi e geniali testi di un album come Persona, poi, sono supportati da un impianto musicale di qualità altissima, guidato e coordinato da Marz, senza dubbio il miglior beatmaker del 2019. Marz ha inventato dei nuovi tipi di strumentali, ha sorpreso con scelte insolite e geniali, ha sperimentato fondendo più generi musicali fra loro e, soprattutto, ha messo Marracash nelle condizioni migliori per esprimere il suo potenziale a 360 gradi.

Sarebbe invece superfluo e quasi scontato soffermarsi sullo strepitoso talento musicale di Marracash che in ogni traccia si reinventa e cerca nuovi flow, nuove metriche e nuove soluzioni sonore. Basta dire che, con ogni probabilità, si parla del numero uno dei rapper italiani.

Sono questi, dunque, i motivi per cui Persona di Marracash è, senza nessun dubbio di sorta, il miglior disco del 2019. È molto difficile, invece, stabilire – come qualche critico ha provato a fare – se Persona possa essere considerato il miglior disco della storia del rap italiano. La risposta più ragionevole a questo quesito, probabilmente, è che, per una pluralità di ragioni, è difficile e insensato scegliere un solo CD e innalzarlo a migliore della storia del genere, ma se, con un po’ di forzature, si volesse provare a farlo, Persona potrebbe effettivamente essere considerato il miglior disco della storia del rap italiano.

Ciò che comunque si augurano tutti gli appassionati è che un album come quello di Marracash possa davvero aver alzato il livello medio del rap italiano e che i risultati di questo miglioramento generale siano evidenti già nel 2020, da cui ci si aspetta conferme, ritorni, dimostrazioni di forza e, perché no, anche nuove sorprese. La “stagione 2020” del rap italiano sarà commentata interamente su Raphaolic, come sempre dalla nostra apertura!

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