I cinque album rap migliori del 2020

Classifica dei 5 album di rap italiano migliori del 2020 secondo la redazione di Raphaolic, ordinata dalla quinta alla prima posizione.

Alcuni degli album rap usciti nel 2020.

Il 2020 è stato un anno certamente atipico, per certi versi drammatico, condizionato in grandissima parte da una pandemia globale che ha colpito i cittadini di tutto il mondo sotto numerosi aspetti, cambiando inevitabilmente la loro vita e arrecando danni incalcolabili a numerosi settori industriali, fra cui quello musicale. Tuttavia, a discapito dell’assenza di pubblicazioni che si era verificata durante il lockdown, quest’anno ha visto l’uscita di numerosi progetti di qualità e spessore, al punto da rendere davvero difficile la stesura di una Top 5. Prima di addentrarsi nella classifica, vale la pena spendere qualche parola per le seguenti due considerazioni.

EP e Mixtape – L’album non è più “l’unico modo”:

In questo 2020, gli artisti della scena rap italiana hanno fatto uscire moltissimi album (si parla di più di trenta dischi per i rapper “di Serie A”), ma hanno guardato con meno diffidenza rispetto agli scorsi anni altre due categorie di progetti discografici per pubblicare la loro musica, l’EP e il mixtape. Se questo secondo espediente è tornato in voga – con un significato radicalmente diverso da quello che assumeva cinque anni fa – più per necessità che per effettive scelte creative (per esempio Tedua, Lazza e la Dark Polo Gang hanno realizzato mixtape come “progetti di raccordo” di fra un disco e l’altro), l’EP ha invece rivestito un ruolo chiave per le carriere di alcuni rapper.

Questi ultimi, fra cui Giaime, Vegas Jones, Rondodasosa, Shiva, Vale Pain, Neima Ezza, Dani Faiv e Irama, hanno preferito l’EP all’album, fra l’altro per ragioni radicalmente diverse l’uno dall’altro. Giovane Rondo, Perif, Youngstar assolvono a una funzione di presentazione dei loro autori al grande pubblico, Giro Veloce è un progetto di raccordo tanto quanto lo è J Mixtape, ma con meno tracce, Scusate è un’estensione di Scusate se esistiamo (nella pratica è un EP-repack), mentre Mula, Routine, Crepe sono praticamente degli EP-album, cioè dei CD brevi.

Quando ho avuto il piacere di intervistare Giaime, gli ho chiesto perché puntare su un EP piuttosto che su un CD e la sua risposta è stata molto precisa:

Non era ancora il momento giusto per il mio disco, in termini di musica e di posizionamento. Il tipo di percorso che stiamo affrontando con Andry ha bisogno di qualche step ulteriore per poter dire: “Ora facciamo un album e riempiamo due Alcatraz!”, se capisci cosa intendo. Non ha senso, in mio parere, rischiare di bruciare l’arma più potente di tutte, ovvero il disco, solo per un errore di pianificazione! […] Senza voler sembrare un artista che se la tira, ti dico che Mula è così bello che ha quasi la stessa forza di un progetto completo, di dieci-quindici tracce! […] L’EP serve innanzitutto a mostrare la musica che faccio: se tu sei X e ti serve un certo tipo di pezzo o di atmosfera, chiami Giaime perché hai la garanzia che sarà più bravo degli altri in quell’ambito. In secondo luogo, Mula è un progetto per i fan, perché se piace così tanto a me sono certo che non deluderà i più affezionati! Diciamo che questo progetto è il mio biglietto da visita per il 2020!

Dunque l’EP rivestirà nei prossimi anni il ruolo che oggi ha il CD? Con ogni probabilità la risposta è negativa: 6-7 tracce non potranno mai equivalere, neanche in un mondo in cui la musica è davvero “fast food”, la completezza, la varietà e gli stimoli creativi, dal lato dell’artista tanto quanto dell’ascoltatore, di un album da 15-20 tracce. Lo testimoniano i cinque dischi della Top 5 di quest’articolo: i due migliori album del 2020, per esempio, sono composti da un totale di diciassette tracce per almeno 52 minuti di musica.

I numeri non mentono mai, come gli occhi, Chico.

Solo alcuni degli Extended Play (EP) pubblicati nel 2020.

“Milano, capitale indiscussa del rap italiano” – Mai stato così vero come nel 2020:

L’anno scorso avevo scritto due articoli, in cui esaltavo rispettivamente la scena di Roma e quella di Napoli, definendole rispettivamente “straordinaria sorpresa” e “splendida conferma”, in qualche modo anche sfidando il dominio del capoluogo lombardo, da sempre – come cantava Bassi Maestro – la “capitale indiscussa del rap italiano”.

Questo 2020 è stato, al contrario, un anno incredibilmente Milano-centrico: quasi tutti i suoi protagonisti sono stati rapper milanesi, che si tratti di veterani, come Guè Pequeno, Jake La Furia e Jack The Smoker, di rapper affermati e ancora affamati, come Emis Killa, Ernia, Sfera Ebbasta, Ghali, Vegas Jones, Lazza e Giaime, e persino di emergenti, come VillaBanks, Vale Pain, Rondodasosa, Sacky, Neima Ezza, Philippe e Baby Gang.

Poche le eccezioni, che non reggono il paragone, per significatività e qualità del lavoro svolto, con i colleghi milanesi e per questo i primi quattro posti della Top 5 sono occupati da artisti milanesi, a differenza di quanto era avvenuto nel 2018 (un solo artista milanese nella classifica, Ernia) e nel 2019 (tre milanesi, Vegas Jones, Lazza e Marracash). Anche qui si parla di numeri, anche se in questo caso sono interconnessi a opinioni soggettive; in ogni caso è davvero difficile trovare un ascoltatore che, nella sua classifica del 2020, non attribuisce almeno due posizioni del podio a progetti di artisti milanesi.

Milano da bere, si dice. Quest’anno, senza nessun dubbio, è stata Milano da rappare.

Alcuni dei protagonisti milanesi del 2020.

5° posto – GarbAge di Nitro

Proprio come l’anno scorso, la quinta posizione risulta essere la più difficile da assegnare. Se infatti primo e secondo posto sono praticamente blindati (si può poi discutere sul loro ordine) e lo stesso si può dire del terzo e del quarto, il quinto è invece conteso da diversi ottimi dischi, seppur complessivamente meno riusciti di quelli della Top 4.

I tre candidati alla quinta posizione sono: DNA di Ghali, Mood di Nayt e GarbAge di Nitro, tutti progetti di artisti affermati e con uno stile musicale molto chiaro e definito. Il ragionamento che ha portato alla scelta di GarbAge è stato il seguente.

DNA è un CD brillante: massiccio, variegato, innovativo, pieno di contenuto e di testi profondi e molto ben scritti. Soprattutto, ha un sound unico al mondo (specialmente nella sua strepitosa seconda metà) e perfetto per valorizzare uno degli artisti più versatili della scena italiana. Inoltre, DNA è anche un disco di hit: tracce come BoogiemanMarymangoGood Times e Barcellona sono fra le più rappresentative di questo intero 2020. L’unico suo difetto evidente, tuttavia, è la netta discrepanza sonora e testuale fra prima e seconda parte: sembra quasi di ascoltare due CD diversi di artisti diversi, con una seconda parte nettamente più raffinata e sperimentale. Questa mancanza di DNA è davvero un boccone amaro da mandare giù, perché se il disco avesse mantenuto lo standard della sua seconda metà, sarebbe senza dubbio entrato nella classifica. Purtroppo, l’incostanza del progetto è una pecca così evidente che non gli consente di farne parte, perché Mood e GarbAge non presentano difetti così vistosi e lampanti.

Restano dunque da effettuare una scelta finale: Mood o GarbAge? Entrambi i CD in questione sono progetti complessi, equilibrati, curati in ogni dettaglio, innovativi, scritti in modo brillante, piuttosto coerenti e allo stesso tempo variegati (il criterio della coerenza premierebbe il primo album, mentre quello della polivalenza il secondo) e soprattutto, rappati in maniera magistrale. Si tratta di confrontare le metriche precisissime di Nayt e gli incastri quadrupli di Nitro, i ritornelli cantati del primo e il ventaglio di soluzioni musicali di cui dispone il secondo, ma anche due penne provocatorie, che raccontano di frustrazione e spesso di insoddisfazione, ma che sfogano le loro sensazioni in modo radicalmente diverso, per vocabolario, atteggiamento e messaggio lasciato all’ascoltatore.

Mood e GarbAge sono qualitativamente equivalenti, ma si è scelto di premiare il secondo per un attributo che troppo spesso si sottovaluta: la leggerezza. No Comment, precedente CD di Nitro, aveva un difetto evidente a qualsiasi ascoltatore: era fin troppo pesante; così per rendere più agile ed elastica la fruizione del suo disco successivo GarbAge si è puntato sulla varietà e sull’arricchimento musicale che sarebbe derivato dall’inserimento dei featuring. Il risultato è un progetto tanto in grado di colpire l’ascoltatore al primo impatto quanto di richiamarlo a sé per un secondo, terzo, quarto, quinto ascolto e così via.

Mood, rispetto a GarbAge e non in senso assoluto, è un disco pesante, difficile da risentire (mancano forse quei due-tre brani così efficaci da invitare l’ascoltatore a un riascolto) e formato da tracce fin troppo simili l’una all’altra. Se è vero, infatti, che Nayt ha realizzato un progetto strepitoso, di un livello lirico molto alto e tecnicamente strabiliante, è vero anche che, dopo l’ascolto di Mood, si fatica davvero ad associare i titoli alle tracce, proprio per la loro stretta somiglianza. Questo tipo di considerazione, fra l’altro, trova una corrispondenza nell’analisi numerica degli ascolti: il brano più ascoltato del CD è Musica Ovunque, la traccia numero uno, il secondo più ascoltato è Favolacce, la traccia numero due, e via dicendo. Per questo si è scelto GarbAge.

Procedendo con ordine all’analisi di GarbAge, non si può fare a meno di partire dall’enorme sperimentazione sonora di Nitro, che ha permesso alle atmosfere del disco di esaltare la tecnica e le barre dell’artista e di spingerlo alla ricerca di nuove soluzioni musicali.

L’album, diretto artisticamente da uno Stabber in forma smagliante, ospita davvero una moltitudine di beatmakers dallo stile differente e il risultato è un progetto assolutamente variegato che gioca con i generi musicali, contaminando le sonorità hip hop così care a Nitro con influenze rock, trap, elettroniche e pop, fino all’episodio di sperimentazione più estremo di GarbAge: la traccia Gostosoin cui Nitro si trova a rappare su una strumentale di genere funk brasiliano/dembow. Al contrario di quanto qualcuno avrebbe potuto ipotizzare, però, il risultato della sperimentazione – va detto – a tratti folle è un CD coerente e ben amalgamato, dai suoni freschi, unici e moderni.

Inoltre, proprio grazie a questo tipo di sonorità, i testi di GarbAge riflettono di una luce brillantissima, esaltando un disco che provoca, scalfisce e stuzzica l’ascoltatore su temi seri e impegnativi. A questo proposito, l’intera strofa di Nitro in Avvoltoi sarebbe davvero da incorniciare: un cocktail di rabbia, ironia e sdegno.

Come ogni sua opera, tuttavia, il nuovo CD di Nitro non vive solo di tracce furibonde e incollerite, ma anche e soprattutto di brani introspettivi e filosofici, come lo erano stati in passato Pleasantville, Horror Vacui Ho Fatto Bene. È in questo tipo di canzoni che l’autore di Suicidol tende a mostrare il lato più riflessivo e poetico della sua personalità e, in GarbAge, non sono affatto mancate. La title track introduttiva del CD è una perla per lirica e barre, Cicatrici è un brano dalla scrittura particolarissima in cui l’artista racconta la dipendenza dalla cocaina e Saturno è una poesia meravigliosa in cui si parla, nella prima strofa, d’amore e, nella seconda, dell’adolescenza, un po’ sulla scia della straordinaria 68 di Ernia. Ancora, Wormhole è un flusso di coscienza inquietante e destabilizzante,  Blood ha un testo nostalgico che racconta la crescita e la rivincita sociale e, infine, Libelluletraccia conclusiva di GarbAge, rappresenta una sorta di catarsi e racconta, in modo davvero poetico, il rapporto di Nitro con la musica, la sua missione di vita.

In conclusione, è evidente che GargAge sia un disco completo, dai suoni sperimentali e convincenti, che permettono a Nitro di esaltarsi, proponendo una varietà di flow, di metriche e di stili di scrittura assolutamente fuori dal comune.

Non poteva certo restare fuori dalla nostra Top 5.

4° posto – Gemelli di Ernia

Come anticipato, da qui in poi le posizioni saranno occupate esclusivamente da rapper di Milano. In particolare, terzo e quarto posto sono contesi da due rapper che sono tanto amici quanto stilisticamente opposti. Ernia e Sfera Ebbasta sono cresciuti insieme, al punto che occasionalmente, quando uno dei due si approssima a pubblicare un nuovo progetto, in alcuni gruppi Telegram viene annunciato un “featuring clamoroso fra Ernia e Sfera Ebbasta”, che poi si rivela essere Non ci siamo o Metal Detector, tracce del 2013.

Nel 2013 Ernia aveva vent’anni e rappava con Ghali nella Troupe D’Elite, Sfera Ebbasta ne aveva ventuno non usava l’autotune, il rapper più famoso d’Italia era Fedez e venivano pubblicati Midnite di Salmo, Musica Commerciale di Jake La Furia, Bravo Ragazzo di Guè Pequeno e Monster di Noyz Narcos. Questi CD sono, sì, dei pezzi di storia, ma raccontano anche un capitolo diverso della storia del rap italiano, che avrebbe visto una rivoluzione a cavallo fra 2015 e 2016, proprio per mano di Sfera e della “rivoluzione trap“.

Proprio nel 2016, Ernia inizia il suo “nuovo percorso”, rinascendo dalle ceneri di Troupe D’Elite con lo strepitoso EP No Hooks, per poi illuminare la scena, l’anno seguente, con un progetto di enorme spessore e caratura come il doppio EP Come Uccidere Un Usignolo / 67. Già a questo punto della sua carriera, l’ex Troupe D’Elite era uno dei rapper più completi d’Italia: aveva una penna con pochi eguali, un carisma magnetico e coinvolgente, un flow versatile, che si prestava senza difficoltà tanto a canzoni d’amore commoventi come Bella quanto a banger spacca-pietre come Disgusting, e in più poteva contare su Marz, un producer dal talento sopraffino.

È proprio Marz a orchestrare 68, il primo disco ufficiale di Ernia, un capolavoro a tutti gli effetti, un disco completo, curato in ogni dettaglio, privo di difetti – non si trova davvero una parola, una nota, un cambio di flow fuori posto – e soprattutto epico. 68 rappresentava l’epica di Matteo Professione e, quando ho stilato la Top 5 dei dischi del 2018, lo ho inserito senza pensarci due volte al primo posto, davanti a opere come Potere, Enemy, Davide, Playlist, Mowgli e Rockstar.

Quest’anno, invece, Gemelli si deve “accontentare” del quarto posto. Stabilire in quale posizione si sarebbe collocato 68 se fosse uscito nel 2020 non è facile e probabilmente non è questo l’articolo adatto a sviluppare questa riflessione, ma è piuttosto lampante che sia superiore a Gemelli, nonostante anche quest’ultimo sia un ottimo progetto.

La differenza fra i due CD non è tanto da ricercare nelle canzoni (se in 68 erano presenti perle, tutte rigorosamente diverse, come Paranoia Mia, 68, Simba, Domani e Un Pazzo, in Gemelli ci sono brani altrettanto visionari come Vivo, Superclassico, Pensavo Di Ucciderti, Cigni e Bugie) o nello stato di forma di Ernia, che è stato bravissimo in entrambi gli album, ma nel concept. 68 era un disco che, fra i suoi pregi, annoverava la scorrevolezza e l’omogeneità, mentre Gemelli è un disco che, per concept – si fa riferimento al dualismo fra l’Ernia più poetico e romantico e quello più scanzonato e spaccone – si propone come deliberatamente incoerente, sconnesso e a tratti contraddittorio.

Il punto è che questa scelta, nella pratica, non è stata affatto sviluppata all’interno del disco, che non risulta essere un progetto bipolare, ma un progetto in cui ogni traccia ha una sua direzione unica. Il dualismo di Gemelli può essere esemplificato particolarmente bene nella contrapposizione fra la poesia di Vivo e le barre-schiaffi di Morto Dentro. Superclassico, tuttavia, pur essendo una canzone scritta in maniera brillantissima, ha poco in comune con Vivo o con Bugie e sembra essere stata scritta da un “terzo gemello” (che magari ha messo mano anche a Ferma a guardare). Soprattutto, poi, è una domanda che sorge spontanea a ridimensionare il “concept dei gemelli”: siamo così sicuri che l’unicità della musica di Ernia non derivi proprio dalla coesistenza – e non dalla rigida separazione – delle sue varie anime artistiche e dal suo essere artista completo e polivalente?

In ogni caso, questa riflessione è volta soltanto a spiegare perché Gemelli non è un CD da 10 e lode come 68 e perché al terzo posto gli è stato preferito il disco di Sfera, artista molto meno tecnico e molto meno completo di Ernia.

Eppure Gemelli è un progetto molto brillante, da 9 in pagella, che è riuscito anche a evidenziare nuove sue doti che fin qui forse si sottovalutavano, colmando le sue, seppur minime lacune canore, specialmente nei ritornelli. Inoltre, brani come Bugie, Vivo, Maryxsempre, Fuoriluogo, Cigni e Pensavo di ucciderti sono pezzi che confermano l’enorme spessore lirico di Ernia e la sua visioneFerma a guardare e Superclassico sono due hit e due grandi canzoni d’amore e infine Puro Sinaloa, Non me ne frega un cazzo, Morto Dentro e U2 sono ottimi banger rappati da un artista che ama il rap.

Gemelli è un disco compatto, ordinato, intelligente e di spessore, che ha portato qualità alla scena, numeri a Ernia e canzoni di rilievo alla sua splendida discografia. Non bastasse, include anche Superclassico, la più grande hit del 2020 un vero e proprio successo pop senza precedenti per la sua carriera, un meritatissimo triplo platino da 55 milioni di streaming.

Ormai, a quattro anni da No Hooks, è piuttosto chiaro: è estremamente difficile che Ernia deluda le aspettative con un progetto, che sia un EP, un mixtape o un CD.

È ancora più difficile, se pubblica un disco, tenerlo fuori dalla nostra Top 5.

3° posto – Famoso di Sfera Ebbasta

Da niente a qualcosa, da qualcosa a tutto.

È così che termina il nuovo disco di Sfera Ebbasta, Famoso, quarto episodio di una carriera che sembra essere stata scritta da un narratore particolarmente romantico e idealista. Ogni album, nel romanzo di Sfera Ebbasta corrisponde a una tappa della sua conquista del mondo e della sua scalata al successo:

  • XDVR è la conquista di Ciny e di Milano, ma è anche simbolo di uno Sfera Ebbasta “partito da Zero che sogna fama e ricchezza (in alcuni testi sembra quasi le ritenga scritte nel suo destino).
  • Sfera Ebbasta è la presa dell’Italia, ma è anche il passaggio da Sfera-povero a Sfera-ricco, da Sfera-nessuno a Sfera-famoso, è l’inizio del sogno, è la stella che inizia a brillare “in queste notti“;
  • Rockstar è il tour europeo, è un CD con ospiti da Germania, Francia, Inghilterra, ma anche Argentina, Porto Rico e America, è il primo tentativo di essere davvero “worldwide“. Parallelamente, rappresenta anche il momento di massima sregolatezza di Sfera Ebbasta: è la vita da rockstar a tutti gli effetti, fra serate, lusso, donne, auto costose, vestiti di marca, provocazione ed ego-trip. È la piena realizzazione del sogno trap, ma soprattutto è il suo sogno, quello di Gionata, che si avvera. È finalmente ricco e famoso.

Se la prima narrazione è molto facile e logica da completare (Milano ➔ Italia ➔ Europa ➔ Mondo), la seconda sembrava completamente estinta: Sfera in XDVR sognava di essere ricco e famoso, in Sfera Ebbasta lo stava diventando e in Rockstar era ricchissimo e famosissimo. Cos’altro poteva raccontare il nuovo album?

Famoso può essere riassunto con una parola chiave: maturazione. Famoso racconta la maturazione di Sfera Ebbasta, la crescita non della sua fama o della sua ricchezza, ma della sua persona, riuscendo alla perfezione nel suo obiettivo. La prima scelta è già simbolo di intelligenza e serietà: il focus del CD non sarà sulla ricchezza, ma sulla fama, perché il primo è un tema fin troppo sdoganato, mentre il secondo si presta meglio alla riflessione, al momento malinconico, al contenuto da esprimere. E Gionata, in quel momento, ne ha di cose da dire…

Da Bottiglie Privè – il brano fondamentale dell’opera – a $€ Freestyle, Gionata trasporta l’ascoltatore nella sua vita da superstar per 40 minuti; nel bene, fra godimento del successo ottenuto, spensieratezza, vizi, sfarzo ed egotrip, e nel male, attraverso momenti no, incapacità di fidarsi delle altre persone, paure, dubbi, crisi e problematiche della vita di tutti i giorni.

Abracadabra, per esempio, è un brano della parte spensierata del disco, spaccone e divertente, un cocktail di auto-celebrazione e atteggiamento da playboy, ma nonostante questo al suo interno sono presenti delle “gocce di malinconia“, come i versi:

Questo sta pieno di euro, sta pieno di pare
Poveri ricchi, son tristi, non sanno che fare

Lo stesso accade in Macarena e in Gelosi, altri due banger altrettanto arroganti, ed è questa “solitudine del numero uno” (prendo in prestito l’espressione ai colleghi di Noisey) a rendere Famoso così affascinante e pieno di sfumature tutte da scoprire. Tuttavia, è quando si esce dall’area “esercizi di stile” che si riscopre davvero la penna di Sfera Ebbasta, sopita in Rockstar, e si fa la conoscenza di un CD molto più simile ai suoi primi due progetti, XDVR e Sfera Ebbasta.

Giovani Re, 6AM, Gangang, Hollywood, Salam Alaikum e (soprattutto) Bottiglie Privè sono brani di contenuto, in cui la scelta delle parole ha un ruolo fondamentale e Sfera lo ha capito, scegliendo però di evitare nel modo più assoluto qualsiasi forma di snaturamento. In questo senso, Famoso è stato anche un disco-palestra, che gli ha insegnato tanto e gli ha permesso di migliorare tantissimo la scrittura.

Qualcuno potrebbe criticare duramente Famoso, affermando che la penna di Sfera Ebbasta è di una semplicità disarmante, quasi come se fosse quella di un bambino. In realtà, riflettendoci, appare chiaro come la purezza e l’essenzialità della sua scrittura e dei concetti che esprime siano il suo maggiore punto di forza. Un buon esempio è la seconda strofa di Bottiglie Privè, che come detto è brano centrale dell’opera:

Sono presenti, in ordine inverso a questo:

  • Un richiamo al passato, che irride con un sorriso i vecchi haters:

Tu forse non te lo ricordi più
Dicevano: “Non è cool”, duro un mese o poco più

  • Un richiamo al presente, due versi assolutamente brillanti che scoprono ancora di più l’intimità di Gionata Boschetti (e non quella di Sfera Ebbasta):

Sì, sono un tipo di poche parole
Che le spreca per poche persone

  • Un richiamo al futuro, all’ambizione e agli obiettivi, che per Famoso saranno stellari:

E facciamo l’amore dentro l’ascensore
Ho messo le stelle come destinazione

Con questi sei versi, Sfera ha scritto il manifesto di Famoso. Sei versi. Essenzialità è la parola chiave.

A livello di sound, poi, Famoso è un disco davvero difficile da criticare, è completo, ha sound ricercatissimi e innovativi, è moderno, è unico e soprattutto è orchestrato in modo che Sfera possa entusiasmare anche negli episodi più lontani dalla sua zona di comfort, come Hollywood, $€ Freestyle e Bottiglie Privè.

L’unica argomentazione con cui si può effettivamente sfidare il posizionamento di Famoso sul terzo gradino del podio è la seguente: non è un disco rap. Effettivamente è così, è una posizione condivisibile che non ammette repliche: Famoso è un disco a cavallo fra i generi, un po’ pop, un po’ trap, un po’ rap, un po’ raggaetton e un po’ EDM. Tuttavia, come argomentazione, sembra essere un po’ datata: se avessimo dovuto inserire nella Top 5 solo dischi rap al 100%, sarebbe stato difficile inserire anche Gemelli, premiare Persona l’anno scorso come miglior disco ed esaltare il lavoro di un emergente come tha Supreme.

La nostra direzione, dunque, è quella di allargare il campo ed essere inclusivi, non di restringerlo rischiando di perderci opere brillanti come Famoso, che si è meritatamente conquistato la terza posizione della classifica, arrendendosi solamente a veri e propri mostri sacri del rap italiano.

In ogni caso, la seconda posizione non lascerà delusi gli amanti del rap puro al 100%!

2° posto – 17 di Emis Killa & Jake La Furia

Torniamo per un attimo a quel 2013 in cui Ernia e Sfera Ebbasta erano due emergenti alle prime armi e in cui Nitro perdea per la seconda volta in finale MTV Spit, ma si rifaceva immediatamente con un grintoso disco d’esordio, Danger. Cosa succedeva nella Serie A del rap italiano in quel periodo? Era l’anno dell’exploit di Fedez, con Sig. Brainwash – L’arte di accontentare, che seguiva le orme di quello, immediatamente precedente, di Emis Killa con L’Erba Cattiva, un piccolo capolavoro che con la hit Parole di Ghiaccio aveva sdoganato a tutti gli effetti il pop-rap.

Proprio quest’ultimo, uno dei due protagonisti del nostro racconto, pubblicava nel 2013 un disco che sarebbe stato un grande successo discografico, ma anche il suo progetto meno apprezzato dalla critica, Mercurio, che rappresenta oggi l’ultima tappa del suo percorso da pop-rapper. Da lì in poi sarebbe tornato sui suoi passi, brutalizzando strumentali con rime street nel mixtape Keta Music 2 (2015), e avrebbe trovato una quadratura stilistica definitiva, tanto affezionata al rappato “vecchia maniera” quanto alla melodia orecchiabile, prima con il suo grande capolavoro Terza Stagione (2016) e poi con il discreto Supereroe (2018).

Durante la promozione di Supereroe, in particolare, EK dichiarava di ritenersi uno dei migliori rapper italiani di tutti i tempi e il pubblico si era diviso fra chi effettivamente lo considerava al livello delle leggende del rap italiano, come Fibra, Guè, Marra e Jake, e chi invece lo riteneva ancora un passo indietro. Entrambe le opinioni erano in realtà piuttosto comprensibili, ma oggi, dopo il 2020 di fuoco di Killa, la situazione è cambiata. Dopo 17, un disco che è già motivo di culto per il rap italiano, e in generale dopo avere messo a ferro e fuoco tutte le strumentali che ha brutalmente calpestato è innegabile che Emis Killa sia uno dei rapper italiani migliori di sempre. Piaccia o non piaccia.

Prima di addentrarsi nell’analisi del disco, però, presentiamo il nostro secondo protagonista, Jake La Furia aka Fame, il leader tecnico e carismatico dei Club Dogo, lo Zlatan Ibrahimovic del rap italiano, uno dei flow più devastanti della storia di questo genere nel nostro paese nonché una delle penne più affascinanti, con la sua poetica fatta di vicoli oscuri, ferite, risse in piazza e collane d’oro e con la stessa lingua schietta, velenosa e lontana da qualsiasi censura. Nel 2013 usciva Musica Commerciale, un album gigantesco, da dieci e lode, che non però non convinse il pubblico e si “accontentò” di un disco d’oro che non rendeva affatto merito al suo lavoro eccellente.

Da lì in poi, la storia d’amore fra Jake La Furia e la musica è stata difficile e controversa. In Soldi dall’inferno (2020) le dedicvaa parole al veleno:

Non farti ingannare che sono anni che non rappo

Ma la musica è una merda e quindi io non la rispetto

e nei sette anni che passano fra Musica Commerciale e 17 è successo di tutto: si sono sciolti di fatto i Club Dogo, Jake ha pubblicato un disco-EP poco fortunato e non particolarmente brillante, si è improvvisato hitmaker raggaeton con El Party e ha certificato quattro dischi di platino (ironico eh?), ha lavorato come ghostwriter per Chadia Rodriguez – e per Emis Killa in Fuoco e benzina – e si è limitato, artisticamente, alla realizzazione di pochissime strofe, tutte clamorose e tutte destinate a progetti dei colleghi.

È per questo che, se si dovessero elencare i tre eventi più significativi del rap italiano nel 2020, questi sarebbero indiscutibilmente: il ritorno di Jake, il ritorno di La Furia e il ritorno di Jake La Furia.

17 è il joint album di Emis Killa e Jake La Furia: probabilmente uno dei tre dischi di coppia più significativi del decennio insieme a Santeria e Kepler, certamente un disco grandioso, senza ombra di dubbio il disco dall’anima più rap degli ultimi 5 anni.

Si tratta di un CD dall’anima rap perché è volutamente esplicito, provocatorio, scorretto e spesso addirittura violento. Rime affilatissime come quelle di Broken Language, 666, Il Seme del Male Sparami rappresentano l’essenza del rap, che negli ultimi anni stava lentamente scomparendo, sostituita da liriche sempre più politically correct. Emis e Jake, invece, l’hanno riportata in luce con la qualità che ha sempre contraddistinto le loro carriere.

Un buon esempio, per spiegare meglio il concetto, è Broken Language, la migliore intro del 2020, in cui Killa e La Furia, passandosi la palla e alternandosi con agilità e tempi perfetti, scagliano barre pesanti come macigni. Messi insieme, i versi della canzone formano una sorta di manifesto del CD:

Italia – Lloret de Mar, in un giro di Audermars
Legami con gente brutta, zio, Karim Benzema

inizia Jake, sdoganando da subito, nel CD, il tema delle cattive frequentazioni;

Questo rapper rappa poco, ma fa spesso il guapo
Io dalla faccia pensavo che gli piacesse il cazzo

risponde Killa, sfidando i più sensibili fin da subito con una rima che sputa in faccia a un certo tipo di rapper e a un certo tipo di politically correct. Dopo aver sparato sul Primo Maggio, ironizzato sulla Chiesa, introdotto il tema delle droghe pesanti con la serenità con cui si parla del meteo, i rapper scelgono di paragonarsi a due dei criminali più pericolosi della storia della Nazione:

Killa e Jake La Furia, bello
Per voi stronzi Vallanzasca e Turatello

e, in un secondo momento, si avvicinano alla fine del brano con quella che Killa ha definito a Esse Magazine una “perla da bar“:

Darei due colpi alla tua tipa ma appena apre bocca
Le darei due colpi in testa, fra’, con uno shotgun

Tuttavia, 17 non è un disco stellare soltanto per la sua essenza di disco rap vecchio stampo, ma soprattutto per la sua qualità, per il suo essere un cocktail di talento, esperienza (trent’anni di carriera in due) e intesa. La ricerca di Emis e Jake di chiavi per trovarsi, incontrarsi e sposare i loro stili risulta estremamente riuscita per ben 17 tracce e fa sì che i due possano esprimere il loro massimo potenziale.

È così che, fra un banger e l’altro, 17 accoglie alcune tracce indimenticabili, certamente da hall of fame della carriera sia di Killa che di Jake. Ci si riferisce a canzoni come Broken Language, già analizzata, ma anche la liricamente entusiasmante Renè & Francis, la commovente L’Ultima Volta (per molti la canzone più bella dell’anno in assoluto), le “soliste” La mia prigione e Amore Tossico, la prepotente Sparami e la sentimentale Lontano da me.

Sebbene dunque 17 sia un grandissimo disco, uno dei progetti migliori degli ultimi dieci anni, in questa Top 5 non occupa comunque la prima posizione, saldissima nelle mani di Mr. Fini. Il CD di Guè Pequeno, forse, perderebbe il confronto se si valutasse esclusivamente la qualità delle canzoni, ma la certezza è che Mr. Fini, rispetto al disco di Killa e Jake, è un disco più compatto, più organico, più scorrevole e con un concept e una struttura più ragionata.

Per questo 17 è il secondo album migliore del 2020, un risultato che va festeggiato con i versi del bridge cantato da EK in Medaglia, un suo estratto:

Sopra ad un tram senza il biglietto, auricolare nell’orecchio
In quel cassetto quanti sogni avevo
Guardai il futuro nello specchio e giuro aveva un brutto aspetto, fra’
Ma io qualcosa ci vedevo
Se è vero che anche l’erba calpestata diventa un sentiero
Io proseguo e non mi guardo indietro
Dicevano, “sei pazzo” e forse un po’ era vero
Grazie al cielo che ero pazzo e quindi ci credevo

1° posto – Mr. Fini

Torniamo per una terza e ultima volta al 2013. Guè Pequeno, che ha alle spalle sei dischi pubblicati con i Dogo, quattro mixtape e un disco da solista, si appresta a pubblicare Bravo Ragazzo, il suo secondo album. Sarà stato un successo stellare e lo renderà, insieme a una serie di altri oculati investimenti, il primo rapper italiano milionario.

La sua caratteristica del tempo è l’iper-produttività: nel 2011 esce Ragazzo D’Oro, nel 2012 Fastlife Mixtape Vol. 3 e Noi siamo il club dei Club Dogo, nel 2013 Bravo Ragazzo… Tornando a far scorrere le lancette ci accorgiamo che, con gli anni, questa sua caratteristica è rimasta pressoché immutata! Corre il 2014 e viene pubblicato Non siamo più quelli di Mi Fist, poi il 2015 ed esce Vero, nel 2016 è fuori Santeria e così via.

L’unico anno, dal 2010 al 2020, in cui Guè Pequeno prende fiato è il 2019: oltre alle sue numerosissime strofe in featuring, in quell’anno pubblica solo un EP da cinque tracce, ma qualche fan – e magari anche qualche collega – inizia a tremare… Sente che il Guercio sta ridacchiando sotto i baffi, non si è fermato affatto, ma si sta preparando a passare un 2020 da imperatore, da numero uno, da superstar, da colosso. Sì, da colosso, proprio come è colossale la statua dorata su Rolling Stones che lo raffigura il 24 giugno, due giorni prima dell’uscita del suo kolossal Mr. Fini.

Mr. Fini è un’opera massima, definita dal suo autore stesso come uno dei suoi migliori tre dischi. Non male, vista la concorrenza di album di culto come Vero, Gentleman e Bravo Ragazzo. Si tratta, sì, di un capolavoro, ma anche di un disco per pochi. Paradossalmente, Persona di Marracash – che l’anno scorso avevamo premiato come miglior disco del 2019 – era un progetto molto più facile da comprendere: il concept era chiaro, la genesi del disco anche e i testi, soprattutto, erano accessibili a più livelli di lettura. L’ascoltatore più colto e istruito riesce a toccare con mano la profondità dell’opera d’arte, ma Crudelia Supreme, per esempio, sono brani letteralmente per qualsiasi tipo di pubblico.

Mr. Fini, invece, è un disco difficile da ascoltare, da capire e da apprezzare: bisogna essere prima di tutto ascoltatori curiosi, alla ricerca del dettaglio, che vogliono capire le scelte di sound e di lessico, studiare le mille influenze di un cultore della musica come Guè Pequeno. Bisogna avere la sensibilità per seguire il “viaggio da antieroe” dell’autore, che parte a mille dipingendosi come un boss realizzato e sicuro di sé e infrange un po’ alla volta la sua immagine fino a una doppietta di brani, Stanza 106 e Ti ricordi?, letteralmente catartici.

Bisogna avere il gusto di riconoscere la classe dei flow con cui Guè Pequeno si approccia ai ritmi gangsta di L’Amico Degli Amici e Il Tipo, a quelli latini di Chico, passando per le chitarre trascendentali di Immortale, il sound francese di Giacomo, la trap cruenta di Cyborg e Medellin, il boom bap di Ti Ricordi? e persino la dancehall di Dem Fake. Per conoscere davvero il valore di Mr. Fini serve la curiosità (e anche la pazienza) necessaria a fermarsi un attimo, studiare, scoprire un dettaglio, come un sample ricercato o una citazione raffinata, come un incastro intricato o un verso particolarmente criptico, serve anche l’empatia che consente di entrare nel racconto, immedesimarsi con il Guercio e vivere la sua vita mentre si ascolta il disco.

Ancor più importante: per amare Mr. Fini bisogna conoscere Gup Pequeno, una personalità complessa e piena di sfaccettature, che riesce ad affascinare tanto nei suoi momenti tormentati quanto in quelli goliardici. Guè è misterioso e pieno di contraddizioni, un poeta e contemporaneamente uno spaccone della peggior specie, romantico e spezza-cuori, capace di dar vita, in meno di due anni, a due progetti opposti come la compilation di hit Sinatra il classico istantaneo Mr. Fini.

Per rinfrescare la memoria a qualcuno, Sinatra è stato probabilmente il progetto meno apprezzato di Guè, che lo definisce nelle interviste “un disco ludico“. Per definire “poco riuscito” un CD del Guercio ci vuole coraggio, perché anche Sinatra è una dimostrazione straordinaria di tecnica, di attitudine e di carisma. Il motivo per cui è stato ridimensionato da critica e pubblico è da ricercare proprio nella sua natura di album più semplice: non c’erano i meravigliosi testi d’amore di Verola ricerca della barra killer del Ragazzo D’Oro né tantomeno la complessità e la classe di Gentleman, era un disco più “per tutti”.

Mr. Fini, invece, è probabilmente il progetto meno accomodante dell’artista insieme a Vero (il preferito del pubblico): è un album personale e ricco di cultura, è un’enciclopedia del dettaglio, dello sfizio tecnico, della ricercatezza sonora e della raffinatezza lirica. Così come, a livello strumentale è letteralmente strepitoso, guidato dai fuoriclasse 2ndRoof e integrato da una batteria di beatmaker fuoriclasse.

Soprattutto, Mr. Fini è un disco di testi, di parole, di barre, di concetti, di riflessioni e di sensazioni; anche di contrasti, perché, come detto, Guè Pequeno è una figura contraddittoria e incoerente. È anche qui che risiede il suo fascino. Il Guercio è Lamborghini ma è anche Brivido, è Cyborg ma anche Saigon, è Il Tipo ma anche Stanza 106… Mr. Fini è il disco perfetto per raccontare nel modo più completo possibile questa personalità così interessante, ma è anche l’album tecnicamente (testi e sound) migliore del 2020, il progetto più coerente e omogeneo e anche il CD che ha avuto l’impatto più imponente e titanico in assoluto.

In una frase: Mr. Fini è davvero un Capolavoro con la C maiuscola, l’ennesimo Capitolo di una Carriera leggendaria, accompagnata da un’epica magica e straordinaria.

In quattro parole: miglior disco del 2020.

Immagina il Tipo nel retro del locale
Conta money, money, fogli verdi come guacamole
E recitano strofe del Tipo a memoria come le preghiere

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