Ensi in conferenza stampa: “Con Oggi cerco di evolvere il mio percorso senza rinunciare ai miei stilemi!”

Alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo EP “Oggi”, per Believe, Ensi ha risposto alle domande dei giornalisti in conferenza stampa. Queste le sue dichiarazioni:

LE PAROLE DI ENSI:

La prima cosa che voglio dire su “Oggi” è che questo EP di sei tracce è parte di un quadro più ampio, che fa leva su un concept legato al tempo. Per questo si chiama “Oggi”: non è un EP didascalico che racconta il periodo che stiamo vivendo, è più legato al concept del passare del tempo. In 090320 inizio l’EP con “cambia tutto sempre ma alla fine non cambia nada“, perché questa musica la ho sotto-pelle come Frank Sinatra. Ho maturato questa consapevolezza dopo mesi di lavoro.

Ho iniziato a gennaio e durante il lockdown ho avuto modo di fare scelte personali e lavorative molto rilevanti. L’EP nasce dalla voglia di fare qualcosa di diverso, perché oggi – forse anche per la tanta musica usa-e-getta – si tende ad avere la memoria corta. I fan più recenti magari mi accostano al sound di “Clash” e ritengono che sia il mio tratto distintivo, quando in realtà chi conosce la mia discografia sa che ho sempre spaziato e cercato di cambiare. In questo progetto, quindi, ho voluto collaborare con dei nuovi beatmaker, tutti della generazione successiva alla mia tranne Gemitaiz che comunque è un neo-producer.

Nell’EP ho voluto valorizzare i miei tratti distintivi e ciò che ritengo mi riesca meglio, dalla quota più tecnica a un certo tipo di racconti introspettivi, cercando comunque di trovare delle soluzioni inedite a livello di sound e di scrittura. Nonostante si chiami “Oggi”, non è un EP che ammicca al sound del momento o sposa una corrente distante dalla mia idea musicale. Sarebbe stato forse prematuro, però, uscire con un disco e per questo un progetto di questo tipo mi ha dato la possibilità di essere attuale e di inserirmi bene nel panorama delle uscite del 2020. Io sono convinto che sia assolutamente fondamentale essere presente nel mercato, soprattutto perché penso di avere ancora moltissimo da dare, anche in termini di freschezza e attitudine. Oggi sono un giovane veterano, una sorta di Middle Child: non sono certo un pioniere dell’hip-hop, ma nemmeno l’ultimo arrivato e di conseguenza non posso abbandonare un certo tipo di linguaggio…

Il trailer di “Oggi” a cui fa riferimento Ensi in conferenza stampa.

Nel trailer uscito oggi dico: “non è un rebrand”. Non voglio abbracciare un sound nuovo, ma voglio far incontrare la mia arte con quella dei più giovani. Lo avevo fatto anche con Madame in “Mira”. Come dico in “Specialist”, voglio riportare l’attenzione sull’arte e sulla cultura, battermi con mentalità per portare avanti delle idee e delle opinioni.

Ho parlato di producer, ma anche le collaborazioni dell’EP sono con due ragazzi: Dani Faiv nella quota più tecnica del progetto, “Clamo“, il “corso d’aggiornamento del rap italiano”, e Giaime nel pezzo più leggero in assoluto, “Mari“, dove parliamo di marijuana in modo maturo. Non inneggio alla sostanza in modo giocoso ma con un pezzo che ha anche delle barre importanti, se si legge bene fra le righe. Dani e Giaime sono rapper destinati a durare: hanno skills che vanno oltre l’intercettare il trend del momento e sanno fare il rap “con le maiuscole”.

Sono molto fiero di poter rappresentare il rap italiano, nonostante molti ne vogliano prendere le distanze. È il genere stesso a fare la sua fortuna, anche a livello più mainstream. Come ricordavo prima, la storia del rap italiano nasce da molto prima di me ed è sbagliato vederla come “musica da ragazzini”. Cerco di evolvere in maniera coerente il mio percorso, senza perdere gli stilemi che mi hanno formato e che non abbandonerò mai, perché ho la testa dura… (ride)

Il botta e risposta con i giornalisti (fra cui Sergio di Raphaolic):

D: Quali sono i capisaldi del tuo modo di fare musica?

Ensi: Rappresentare orgogliosamente un genere! Dal punto di vista stilistico ho affermato di essere “più fresco oggi di quando avevo 20 anni” e lo penso davvero. Il rap non è sport, non c’è un declino fisico, è come il vino: se invecchi bene sei più maturo e più consapevole, di conseguenza più raro e se vogliamo competitivo. D’altra parte mi devo evolvere in modo coerente! Non fa per me pregare per un featuring o fare scelte iperboliche per entrare in una playlist. Sono uscito dalla mia zona di comfort per l’esigenza di cambiare. Se dovessi tracciare una spina dorsale dei brani che mi hanno cambiato la vita, disegnerei una vertebra per il rap tecnico, una per il rap motivazionale, una per i pezzi conscious o gangsta-rap. Amo questo genere e per questo cerco di non risparmiarmi mai nel raccontare le mie esperienze e di sperimentare il più possibile senza snaturarmi.

D: Prima hai parlato di arte: intendendola in tutte le sue forme, che opera d’arte sarebbe Oggi?

Ensi: Bella domanda! Non c’è un analogia perfetta, ma mi viene in mente L’Urlo di Munch, con i suoi colori a tratti scuri e a tratti accesi, come se fosse una voce impossibile da spegnere. A livello culturale credo che recentemente venga data poca importanza all’arte, siamo stati definiti “quelli che fanno tanto divertire“…

Sergio: Quando ho ascoltato la traccia con Dani Faiv, mi ha colpito molto l’omaggio che ti ha riservato. Oggi è il tuo primo progetto in cui la maggior parte degli ospiti sono di una generazione successiva alla tua: con che spirito ti sei posto di fronte a questa nuova sfida?

Ensi: Come cappello introduttivo alla risposta ti direi che nel rap, ancora più che in altri generi, è presente l’elemento della legacy: io sono Ensi perché ho imparato a rappare da chi lo faceva quando ero ragazzino. Magari oggi gli artisti più giovani lo sbandierano meno, ma anche loro hanno ascoltato la musica di chi c’era prima. Io in particolare ho ricevuto molti attestati di stima dai ragazzi, sia per i progetti solisti che per quelli con i OneMic, che Dani cita. I rapper di oggi cercano senza dubbio ritorni pratici come fama e soldi, ma un vero artista vuole sentirsi dire da uno più grande di lui che spacca il culo! Per noi, ai tempi, era l’unico traguardo. Bisogna ricordarsi sempre che il rap è un genere molto made-self e, nonostante sia mainstream, mantiene la caratteristica di essere dall’ambiente per l’ambiente. Da ragazzino facevo freestyle imitando Neffa, Sacre Scuole, Kaos One, Colle der Fomento, Sottotono, Articolo31, Cor Veleno e oggi scopro di essere stato un esempio per tanti artisti più giovani di me. Mi inorgoglisce la citazione di Dani Faiv: se un rapper così forte ascoltava Sotto la cintura e dice che per lui è stato uno dei dischi più importanti, mi fa ben pensare sulla heritage che sto lasciando! Prima parlavo del featuring con Madame, che ha la metà dei miei anni ed era destinata al successo che le sarebbe arrivato. Non era ancora esplosa quando abbiamo iniziato a scriverci e, nonostante le differenze, ci siamo trovati in quanto artisti e amanti dell’arte.

D: Hai parlato dei valori che ritieni centrali nella tua visione della musica, ma in Oggi lasci partire dei sonori schiaffoni di rime, come se ci fosse qualcuno che li avesse in qualche modo traditi. Hai l’impressione che le nuove leve abbiano un appoggio diverso da quello della tua generazione?

Ensi: Oggi l’individualismo e la voglia di saltare le tappe non è solo un desiderio, ma una realtà. Quando ho iniziato, c’erano due gruppi musicali che vivevano di rap, Sottotono e Articolo31, e il resto era underground, compresi quelli che poi sarebbero diventati Fabri Fibra e i Club Dogo. Io ho vissuto in un periodo diverso, più romantico, ed è normale che i rapper di oggi parlino, per esempio, di ricchezza. Nell’EP rappo: “mostra più soldi perché in mano te li si conta“: non dico che il denaro non sia importante, ma punto il dito su chi finge di avere un certo benessere economico nei videoclip. Magari chi lo fa ambisce davvero a essere ricco e io non critico direttamente gli artisti, ma le tendenze e gli atteggiamenti. Mi pare assurdo che adesso si associ immediatamente il successo numerico alla qualità dell’arte… Spesso lo è, ma non sempre! Fra l’altro dico: “ho sputato dei diamanti e ancora non ho fatto l’oro“, voglio trasmettere questo messaggio un po’ alla Marra: è una maratona mica i centro metri! Anche la mia è una storia di rivincita personale: anche io volevo comprare la casa a mia mamma e smetterla di passare le serate in piazza, ma non era quella la metà.

D: A proposito di Mari… Hai detto che volevi trasmettere una visione matura sulla marijuana, cosa intendevi? Ci racconti la collaborazione con 333 Mob?

Ensi: Mari è un pezzo maturo perché, al di là dei giochi di parole e delle rime a effetto, rappo: “non sono un ragazzino, guarda la gestisco bene” e “fammi fare fattura”, dei versi che hanno una loro rilevanza. Nei confronti della marijuana c’è davvero tanto pregiudizio: per me la cannabis è una risorsa, non un nemico da sconfiggere, lo ho dimostrato anche aderendo a manifestazioni, non solo a parole. Detto questo, il brano con Giaime è un pezzo d’intrattenimento, ma non inneggia al consumo in modo irresponsabile: non potrei mai stare a casa a farmi le canne tutto il giorno! – (ride) – A proposito di 333 Mob, invece, ho solo che da fare i complimenti a Lazza, che conosco da tanto tempo ed è diventato esattamente ciò che doveva diventare, una superstar del rap italiano. È un fuoriclasse al microfono e ai beats, è un suonatore di pianoforte e un conoscitore della musica, ha l’orecchio assoluto… È un fottuto bastardo ragazzi!(ride) – Quando un rapper si mette a produrre, e in questo lo accomuno a Gemitaiz, se ha gusto e stile fa venire voglia ad altri rapper di spaccare quelle strumentali. Il sound di 333 Mob mi ha catturato e Non sei di qua è uno street-anthem, mi ricorda il sound “bounce” dei primi 2000, per esempio di Fat Joe, che pur essendo super-tecnico spaccava i club! Inoltre avevo già lavorato con Kidd e Lazza, il loro sound è iconico e, come Chris Nolan e Andry The Hitmaker, secondo me sono artisti destinati a durare!

D: In 090320 rappi: “bisogna odiare quanto odio per amare quanto amo”, ci spieghi questa rima così emozionante? Inoltre, in Specialist, dici: “non ho mai sopportato quella musica elettronica, da ragazzino io volevo entrare in Area Cronica”: quali sono stati gli artisti che ti hanno ispirato a fare musica?

Ensi: Sono molto fiero della scrittura di 090320 e, in particolare, quel verso è un’ode alla musica. Odio e amore sono due tinte forti, senza mezze misure, che mi caratterizzano: l’amore per il rap, per la cultura e anche in senso più generale, l’odio dei mali che mi affliggono a livello personale e artistico. Non puoi capire l’odio senza l’amore e non puoi capire l’amore senza l’odio. Questi versi si ricollegano a quelli in cui paragono la musica a una donna e a una droga, “che mi ha baciato sugli occhi e mi ha visto dentro“. Significa che il rap era fatto per me e, da piccolo, ero quello con i baggy, con lo snapback e con la cameretta piena di poster di facce incazzate che sembrava dovessero spararti da un momento all’altro! Non è stato semplice assecondare questa passione… 090320 è una dedica alla musica ed è importante che apra Oggi perché in me, a distanza di anni, ribolle ancora nel sangue la stessa passione dei primi anni. La seconda rima che citi, invece, è una citazione a Io non t’invidio di Fabri Fibra, e, se vogliamo, è antagonista alla corrente della house-rap del 2020. Noi eravamo l’alternativa a quel tipo di visione, volevamo distaccarci da quell’ambiente e da quel tipo di persone che venivano rappresentate, mentre oggi, in modo circolare, le canzoni house e dance vengono giustamente rispolverate per la loro storia, quando io ho sempre voluto rappresentare l’altra faccia della medaglia.

D: In Specialist rappi: “Chiamami solo se si riuniscono i Dogo”… E se si riunissero davvero?

Ensi: Sembrerei Nostradamus! – (ride) – Sapevo che sarebbe stata una rima chiacchierata, perché cito Dogo e Co’Sang, due dei gruppi più rilevanti della storia del rap italiano. Mi sento di accomunare i primi, per importanza, a quello che hanno rappresentato i Sangue Misto negli anni ’90, perché hanno cambiato il modo di fare e percepire il rap in Italia. Quella barra è una critica alla forzata ricerca del gossip: è un “chiamatemi solo per cose serie, degli screzi fra rapperini non me ne frega nulla e nemmeno di quanto ha speso Drake per le sue scarpe”.

D: La tua generazione di rapper ha sempre sostenuto l’importanza e il valore del digging, della ricerca e della scoperta, specialmente in termini di cultura hip-hop. Secondo te si è un po’ perso questo tipo di interesse all’approfondimento?

Ensi: Questo tipo di discorso si potrebbe tranquillamente allargare all’intera società e non solo al pubblico del rap italiano: se i ragazzi della mia generazione avessero potuto ascoltare la discografia dei loro cantanti preferiti con un click sarebbero stati sepolti di dischi e canzoni! Il problema è da ricercare nel ruolo che la musica ha per le persone: vent’anni fa questo tipo di musica era di nicchia, era destinata ai casi umani, me compreso. – (ride) Non capitavi per sbaglio nel rap italiano: ti richiamava a sé! Oggi per strada non sei in grado di distinguere l’ascoltatore rap da quello metal: si sono appiattite le sub-culture. D’altro canto, ci sono anche tante persone veramente appassionate che sfruttano al 100% le opportunità di internet e fra 5 anni avranno un bagaglio culturale mostruoso. Quando ho iniziato i rapper parlavano ai rapper, mentre oggi puoi tranquillamente non sapere nulla della storia di questo genere, anche se, a mio modesto parere, avrai una conoscenza limitata.

D: Negli ultimi anni ci hai sempre abituato a progetti piuttosto corposi: questo EP di sei tracce risponde a un’esigenza diversa?

Ensi: Innanzitutto mi piace la cabala numerica: due volte tre, il numero perfetto! Al di là di questo, volevo che la gente guardasse la luna, non il dito: Oggi fa parte di un quadro più grande che, fra poco, verrà compreso in modo più ordinato: a quel punto comprenderete ogni cosa…

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