La recensione di “Ferro del mestiere” – Il disco che ha ridato a Jake La Furia lo status di leggenda

La recensione di “Ferro del mestiere”, il terzo disco solista di Jake La Furia, uscito il 17 giugno 2022 per Epic Records

Che spettacolo! La recensione di Ferro del Mestiere non poteva che aprirsi con quest’esclamazione perché, di fatto, è quello che qualsiasi fan del rap italiano ha pensato dopo avere ascoltato il nuovo disco di Jake La Furia, in un biennio 2021-22 che sembra avere come obiettivo la riscoperta delle leggende.

Non può essere un caso, infatti, che la scena rap italiana, l’anno scorso, sia stata letteralmente sorretta da due pilastri infiniti della storia di questo meraviglioso genere, Marracash e Guè, e che quest’anno il protagonista indiscusso sia l’intramontabile Noyz Narcos, presente fra l’altro nel disco di Jake con l’ennesima strofa straordinaria del suo 2022. È davvero incredibile come, anno dopo anno e decennio dopo decennio, alcune figure continuino a confermarsi, come se il tempo non faccia altro che temprare le loro skills, il loro carisma e la loro dimensione leggendaria.

Dieci anni fa, infatti, Jake La Furia si apprestava a chiudere un percorso, con i Dogo, che lo aveva portato a imporsi come miglior rapper italiano di sempre insieme a Fibra e, appunto, Guè, Marra e Noyz Narcos. Vent’anni fa (diciannove a essere precisi), invece, quello stesso percorso iniziava con un disco che sarebbe stato ricordato come una pietra miliare: Mi Fist. In quest’ultimo decennio (2012-2021), però, la carriera di Jake ha visto un percorso totalmente diverso da quello delle carriere degli altri quattro pilastri del rap italiano, che hanno vissuto uno sviluppo costante, fatto di album pubblicati in pompa magna e di continuo rinnovamento.

Al volgere al tramonto dell’esperienza-Dogo, Jake, in realtà, si è lanciato da subito in una carriera solista che purtroppo non ha avuto la stessa costanza di quella di Guè e, forse, neanche la sua stessa fortuna. Musica Commerciale (2013), infatti, è stato il suo primo album da “single player” e non è ricordato con lo status-kolossal di dischi come King Del Rap e Il ragazzo d’oro, pur non avendo nulla da invidiargli (si tratta di un capolavoro, probabilmente il disco più sottovalutato della storia del rap italiano), mentre il seguente Fuori da qui (2016) si è rivelato un progetto dal peso specifico molto basso.

Da lì in poi, è iniziata una lunghissima fase di carriera, per Jake, che si potrebbe definire come “il periodo della disillusione“, in cui il rapper sembrava aver perso la passione per il rap, per la musica e addirittura per l’essere una leggenda. È arrivata infatti una mega-hit raggaetton, El Party, che sembrava letteralmente uno sputo in faccia al mercato musicale: minimo impegno e massimo risultato (quattro dischi di platino con “incastriamoci come i Lego”). Più in generale, ha stupido la totale assenza di singoli che disegnassero una linea di coerenza con la leggendaria eredità dei Dogo, l’impegno in progetti “dietro le quinte” piuttosto discutibili, come il ghostwriting per Chadia Rodriguez, e la pubblicazione estremamente discontinua di strofe che ricordavano al mondo la sua potenza lirica, come Barracuda, Più forte di me e Ferite, quasi a schernire il rap italiano e a dire: “sono ancora il più forte d’Italia, ma non il rap non si merita una mia discografia alla Guè o alla Marra”.

A un certo punto, però, qualcosa è cambiato: nel 2020 è arrivato un joint album dal peso specifico colossale, 17 con Emis Killa, che ha fatto urlare dal piacere i fan del rap italiano e, più in generale, chiunque abbia ascoltato almeno una canzone dei Club Dogo. Nell’album Jake era in forma smagliante e alcune sue performance, fra cui Broken Language, Renè & Francis, Amore Tossico e L’ultima volta, entravano di diritto nella hall of fame della sua carriera. Nel pagellone del 2020, in cui ho dato 10 al rapper milanese, il mio commento era il seguente:

La parola chiave è “sogno”. Perché Jake La Furia, in questo 2020, ha esaudito un piccolo sogno, quello di Emiliano, che si è appassionato al rap italiano per le sue liriche, è cresciuto con il suo mito e finalmente ha avuto la possibilità di realizzare un disco insieme a lui, insieme al suo rapper preferito di sempre. Si chiama 17. È il disco di Emis Killa & Jake La Furia.

In realtà, peró, il desiderio di Emiliano non è l’unico a essere concesso, perché con l’uscita di 17 viene esaudito il sogno di milioni di ascoltatori cresciuti a pane e Club Dogo: il ritorno di Jake.

Se si dovessero elencare i tre eventi più significativi del rap italiano nel 2020, questi sarebbero senza ombra di dubbio: il ritorno di Jake, il ritorno di La Furia e il ritorno di Fame.

Qualcuno temeva che 17 sarebbe stato un ritorno provvisorio, una sorta di comparsata che non avrebbe garantito una nuova giovinezza per Jake La Furia, o addirittura un canto del cigno. I fatti a lungo termine, invece, hanno dimostrato che si è trattato a tutti gli effetti di un ritorno definitivo, a cui sono seguiti dei featuring di livello assoluto, come M.S.O.M. con Rose Villain, Big Checks con Don Joe e Shiva, Street Movie e I soldi degli altri con Emis Killa e Madunina con Nerone e ancora Emis. Spendiamo quindi due parole per ringraziare Emis Killa, perché senza la sua insistenza “da fan” e il suo legame fortissimo con il rapper ex-Dogo probabilmente non avremmo visto e vissuto la nuova vita artistica di Jake La Furia e, certamente, non saremmo stati qui a recensire Ferro del mestiere, il suo terzo, straordinario disco solista.

Ferro del mestiere è, prima di ogni cosa, un disco realizzato con impegno, fascino per il rap e maturità da numero uno. La conseguenza di questi ingredienti è un progetto estremamente coerente, dal DNA definito e identitario, calibrato con attenzione e curato in ogni suo dettaglio. Il peso specifico del progetto è solo apparentemente minore di quello di 17: il numero di tracce è relativamente basso (11 contro le 17 del joint album) come anche la sua stessa durata risulta piuttosto breve (32 minuti contro 51). In realtà, si tratta di un album molto concentrato che in quelle 11 tracce per 32 minuti di musica riesce a colpire, incidere e proporre tutto ciò di cui la carriera di Jake avrebbe avuto bisogno. La scelta di realizzare un disco relativamente breve, completamente privo di filler o tracce fini a se stesse, è stata la prima vittoria di una grande direzione artistica.

Il secondo aspetto da considerare, poi, è la già citata identità di Ferro del mestiere, scolpita con attenzione, ma soprattutto con coerenza e chiarezza di pensiero. Si tratta di un disco che, nei suoi 32 minuti, procede in una direzione precisa, proponendosi come progetto di “street legacy” molto maturo, dal sound moderno ma pieno di richiami al passato e dalla scrittura che passa in rassegna tutto il vissuto di Jake La Furia, fra marciapiedi, grattacieli, sostanze, smog e lo sfondo di una Milano scura e difficile, raccontata con il realismo descrittivo dei naturalisti. Jake non è un poeta, al contrario di Marracash, e non è nemmeno un sognatore, al contrario di Guè, ma è uno scrittore pragmatico, realista e spesso disilluso, che fotografa la realtà con le sue lenti scure e spiattella sul beat la sua storia, le sue nozioni di “scuola di strada” e le sue immagini incredibilmente vivide.

A livello più specifico, Ferro del mestiere è un progetto dal sound scuro e a tratti addirittura oscuro, con una massiccia dose di boom bap, in tracce classiche come Yeah, Caramelle da uno sconosciuto, La cosa giusta e Senza niente da dire (una meravigliosa sorpresa, che si prospettava hit reggaetton e invece…), che mettono in risalto il flow da peso massimo di Jake ed entusiasmano le orecchie dell’ascoltatore con ricercatezza e un pizzico di nostalgia. È presente, poi, tanta trap dai toni notturni (20 primavere, I soldi e la droga e Trips!), un banger drill esplosivo prodotto dal beamaker del momento Drillionaire, Jumpman, e delle tracce urban-pop, esaltate da ritornelli efficacissimi. Infatti, apprezzare Jake La Furia significa ricordarsi di tracce meravigliose che hanno fatto la storia della sua discografia, dalle note calde e dai ritornelli aperti, come Gli Anni D’Oro, e da questo punto di vista brani come Indiani e cowboy, L’amore e la violenza e Un altro weekend raccolgono in maniera brillantissima l’eredità di quelle canzoni senza tempo.

Sono queste ultime tracce, tendenzialmente, a consentire a Jake La Furia di alzare il livello della sua scrittura.

Nei banger, infatti, viene fuori la violenza lirica del fuoriclasse perché I soldi e la droga, Yeah, e Jumpman sono letteralmente “da lyrical assassin” e, inoltre, non si tratta mai di banger fini a se stessi, ma di tracce piene di barre di concetto, con messaggi piuttosto chiari. Basti pensare all’intro del disco, 20 Primavere, il cui titolo deriva dalla permanenza ventennale dell’artista nel rap game, ospita una quartina galattica:

Mi hanno chiesto le 64 barre
Però ho scelto di non farle (Ah)
Questi vogliono la promo e l’arte
Però poi non vogliono pagarle (Ah)

con cui Jake rimprovera, umilia e mette all’angolo diversi addetti ai lavori, lanciando un messaggio importante: “l’arte e gli endorsement degli artisti si pagano“.

In brani come Caramelle da uno sconosciuto, Trips! e La cosa giusta, invece, esplode la poetica (e l’identità) maleducata, scorretta e zarrogante di Jake, con barre rock ‘n roll a base di sesso, sostanze, anarchia e rifiuto dell’autorità, in pieno stile Club Dogo. L’esempio perfetto? L’inizio di strofa di La cosa giusta, un cocktail perfetto di romanticismo, nostalgia e, appunto, zarroganza:

Ho imparato a stare in street che ero solo una matricola (Seh)
Ho imparato a fare sex dai porno presi all’edicola
Ho imparato a fare festa dagli amici che avevo (Ah)
Con dieci grammi a testa la testa va in cielo (Va in cielo)

Tuttavia, come detto, il livello si alza in quelle tracce che trovano un approccio più aperto e strumentali più emotive, come L’amore e la violenza, Indiani e cowboy, Senza niente da dire e Un altro weekend, perle biografiche in cui Jake esce del tutto allo scoperto. La quartina più significativa del disco, probabilmente, arriva in Indiani e cowboy (in cui c’è spazio addirittura per un omaggio a Guè) ed è un altro sputo disilluso e rabbioso alla musica:

In giro sono rispettato (Huh)
Perché il mondo si è rispecchiato (Huh)
In cose che ho scritto di getto e tutto fatto
E non mi sono mai impegnato

Jake ha spiegato, in un’intervista per Rolling Stone, che questi sono i suoi versi preferiti del CD e si è paragonato, per il suo talento smisurato e disimpegnato, addirittura a Diego Armando Maradona (ma chi può davvero contraddirlo?). Non è difficile immaginare il rapper sogghignare mentre l’ascoltatore si indigna per dei versi del genere ed è per questa poetica – ancora una volta – disillusa che la carriera post-Dogo di Jake risulta così maledettamente affascinante.

Al di là del singolo esempio, però, Ferro del mestiere è un progetto di grande spessore di scrittura soprattutto grazie alla meravigliosa street-love song Senza niente da dire e alle tre tracce conscious citate in precedenza, che dimostrano l’ottimo stato di forma di una penna semplicemente straordinaria. Non basta parlare della caratura lirica del progetto, però, per esaurire l’argomento: è importante sottolineare anche l’importanza dell’equilibrio banger-pezzo street-pezzo conscious nello scheletro strutturale dell’album. Realizzare un progetto variegato ma dal DNA estremamente coerente è una delle sfide più difficili per un rapper, specialmente se in una fase avanzata della sua carriera. Jake c’è riuscito alla grande.

È il tempo delle ultime considerazioni e, in realtà, bisogna riconoscere un ulteriore merito a Jake La Furia: la sua direzione artistica è stata fenomenale anche nella scelta dei featuring, tutti entusiasmanti e contestualizzati in maniera perfetta. Vale la pena analizzarli anche singolarmente:

  • Lazza è il fuoriclasse, l’uomo del momento, ma anche il giovane fenomeno cresciuto nel segno dei Dogo. È in forma smagliante e, in I soldi e la droga, ha saputo tenere testa a Jake, omaggiandolo anche con due citazioni raffinate ed eleganti.
  • Emis Killa è il compagno di reparto perfetto per Jake La Furia e in Yeah la decisione di intrecciarsi e scambiarsi i ritornelli è stata perfetta. Sono una coppia esplosiva, dall’intesa consolidata e fortissima, come Vialli e Mancini, De Niro e Joe Pesci e (addirittura) Guè e Jake negli anni dei Dogo.
  • Paky e 8blevrai sono stati perfetti per impreziosire L’amore e la violenza: il primo con puzza di strada, ruvidità e versi sporchi di credibilità e il secondo con un ritornello entusiasmante.
  • Inoki è la vera sorpresa. Tornato per la prima volta come featuring in un progetto di Serie A dopo un’assenza decennale, è stato contestualizzato perfettamente in un pezzo raffinato, dal sound classico anni ’90. Ha messo a segno una strofa straordinaria, con barre d’impatto e un flow da peso massimo.
  • L’annuncio come featuring di Ana Mena aveva lasciato il pubblico perplesso e a tratti addirittura preoccupato. La traccia sarebbe stata un tormentone reggaetton e avrebbe rovinato il disco? Jake La Furia sogghignava ancora una volta perché Ana Mena è la voce del ritornello di una street love song meravigliosa, perfetta per una sua interpretazione.
  • Trips!, infine, ospita Yung Snapp in un giocoso ritornello melodico ma, soprattutto, contiene una strofa stellare del rapper più in forma del 2022, Noyz Narcos. Jake e Noyz sono tornati insieme sul beat dopo anni, per una traccia muscolare e poderosa, esaudendo un sogno di tanti fan appassionati.

A questo punto della recensione, poi, vale la pena rispondere ad alcune critiche che sono state mosse a Ferro del mestiere. Innanzitutto, qualche opinionista ha parlato di “concetti limitati” e, onestamente, è difficile pensare a un progetto, fra quelli usciti quest’anno, con più contenuti di questo. Tracce come Un altro weekend, Indiani e cowboy e L’amore e la violenza sono densissime di concetti e temi da sviscerare, ma vanno analizzate con la lente di ingrandimento di chi vuole approfondire una penna difficile, spesso contraddittoria e disillusa. È vero, poi, che si tratta di un disco al 33% conscious (il 66% restante si divide in area-street e in area-banger), ma è proprio in questo equilibrio che trova la sua forza. Se si accettasse una critica del genere bisognerebbe criticare questa “limitatezza di contenuti” anche ad album come Mr. Fini, GVESVS, Gemelli, Caos, Virus e molti altri ancora.

Qualcun altro, invece, ha criticato i ritornelli “in stile anni ’10” di Jake La Furia, scollati dalle strofe e cacofonici, ma questa critica, in realtà, non trova proprio alcun fondamento. I soldi e la droga propone un ritornello quasi futuristico e Jumpman è talmente attuale che somiglia a un pezzo di Rondodasosa. Ancora, Ana Mena, 8blevrai e Yung Snapp hanno performato molto bene nei ritornelli e Jake, come si diceva prima, è stato straordinario nell’interpretazione quasi pop di Indiani e cowboy e Un altro weekendQuali sarebbero i ritornelli cacofonici? Quello di Caramelle da uno sconosciuto con gli scratch di DJ Shocca, che richiama in modo meraviglioso gli anni ’90? Resterà un grande punto interrogativo.

Il punto è che la conclusione non può che essere una sola: Ferro del mestiere è un grande disco, da promuovere a pieni voti per la sua coerenza e allo stesso tempo per la sua varietà, per la sua identità lirica e sonora, per la sua cura del dettaglio (per esempio nella scelta dei featuring e dei producer) e più in generale perché per la prima volta dopo 9 anni (Musica Commerciale) Jake è tornato a essere rapper e strepitoso direttore artistico di se stesso. Questo è un disco che esalta le sue skills, che entusiasma i fan e che, con ogni probabilità, entusiasma anche Jake stesso, da 20 Primavere fino a Un altro weekend.

L’ultima considerazione, non per importanza, è che si tratta di un disco maturo e di esperienza, non di un CD vecchio e stanco. Non è un album da rapper sulla via del tramonto, ma un progetto di vigore, linfa vitale ed energia, quasi da seconda giovinezza. In una sola frase: il ferro del mestiere non scarico, anzi, è ancora molto ma molto caldo.

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