L’intervista a Nashley – Dalla gavetta rap fino a “Osiride”, un disco maturo e di identità

Abbiamo chiamato Nashley, per parlare del suo nuovo disco, “Osiride”, e più in generale del suo percorso nella musica italiana dal 2017 a oggi.

Intervista a cura di Sergio Mattarella:

Sergio: Ciao Nashley! È un piacere poterti intervistare su Raphaolic e, se non ti dispiace, inizio subito con una domanda-cannone… Un anno fa usciva Giovane e Triste, un brano di grande qualità che si è rivelato anche una hit. Quanto deve il disco Osiride a quel brano?

Nashley: Che bella domanda! Sicuramente tanto, perché Giovane e Triste ha rappresentato un inizio e ci ha aiutato a capire la direzione del disco. Mi spiego meglio: quando è uscita non dico che ci aspettavamo il suo successo, ma ci credevamo davvero tanto e il suo riscontro è stato una sorta prova del nove che quel filone artistico funzionava. Giovane e Triste è stato il punto d’inizio ideale.

Sergio: Prima di arrivare a parlare di Osiride, da buon giornalista di un magazine rap, vorrei provare a ripercorrere le tappe del tuo percorso. Hai pubblicato tuo ultimo disco, Real, nel 2018, quando eri un artista completamente diverso da oggi…

Nashley: Assolutamente!

Sergio: Personalmente io ti ho scoperto ancora prima con Bang, del 2017. Vorrei chiederti, riguardo a quel periodo: quali sono i tuoi ricordi indimenticabili?

Nashley: Quel periodo è stato il più bello e forse lo rimarrà, perché non ero consapevole delle cose come lo sono oggi e perché, in generale, si respirava un bel clima. Ai tempi della Sugo Gang eravamo davvero in tanti e c’era un legame fortissimo, fatto di amicizia vera. Poi, non ti nascondo che avevo meno aspettative e, quindi, meno pensieri in testa: non avevo idea che la musica sarebbe diventata un lavoro o una fonte di guadagno. In quel periodo mi godevo i momenti senza preoccuparmi del futuro, mentre oggi è più dura perché la musica, oltre a essere una passione, è diventata anche una realtà professionale.

Sergio: A livello di eredità artistica, cosa ti ha dato la gavetta rap?

Nashley: Molto, anche se ogni tanto non sembra. Anche se i pezzi che sto proponendo per ora sono più pop, cerco comunque di mantenere qualche parola graffiante nei testi, magari a proposito della strada o del passato. Non si tratta di una scelta, ma di un processo del tutto inconsapevole, ma credo che questo mio modo di scrivere renda le canzoni diverse da quelle del panorama pop italiano. Cerco di dare a ciò che scrivo un graffio street, in modo che poi il risultato finale sia uno street pop abbastanza unico.

Sergio: È chiaro però che, paragonando Real e Osiride, sembrano quasi realizzati da due artisti diversi, no?

Nashley: Beh, sì.

Sergio: Cosa è successo in questi quattro anni?

Nashley: Guarda: mi ritengo una persona abbastanza versatile e amo il cambiamento, non solo nella musica ma in generale nella vita. Fra una sperimentazione e l’altra, quindi, ho capito di non trovarmi più perfettamente a mio agio nel genere rap o trap, ma di appartenere ormai a un filone artistico diverso. Brani come Nuovi Jeans, Cenere e Giovane e triste sono stati, come ti dicevo, una specie di “prova del nove”: il pubblico di massa preferiva le mie proposte più conscious e, con il tempo, ho realizzato che a me piaceva molto di più scrivere canzoni di questo stampo.

Sergio: Il brano chiave è stato Cenere?

Nashley: Ti direi piuttosto Nuovi Jeans, perché era davvero la prima volta che proponevo un brano del genere e non ci credevo per niente. Il pubblico ci ha creduto più di me! Cenere ha rappresentato una conferma perché in un certo senso ho provato a ripetere l’esperimento ed è piaciuta tantissimo. Comunque, ti devo specificare che canzoni del genere sono difficili, perché l’ispirazione per scriverle arriva da un momento all’altro. Spesso non dipende neanche da me al 100%.

Sergio: Personalmente sono molto affezionato anche a un tuo altro pezzo, Quanto freddo fa con Giaime. Che importanza ha avuto quel pezzo nel tuo percorso?

Nashley: Quanto freddo fa è stata una canzone decisiva. Lì ero già un pochino più consapevole della mia transizione artistica: le strofe, infatti, sono rappate, ma il ritornello è molto melodico. Poi ti dico: è stato uno dei primi featuring nati per amicizia con un artista più grosso, per numeri, di quanto lo ero al tempo. È stato un onore collaborare con Giaime e allo stesso tempo una fortuna perché oggi siamo ancora amici. I numeri parlano: il pezzo si è rivelato un successo importante e, prima che cambiassero le soglie per le certificazioni, stava per diventare il mio quarto disco d’oro.

Sergio: Abbiamo citato un po’ di pezzi della tua discografia e un po’ di momenti della tua vita artistica, quindi ti chiedo: Osiride, il tuo nuovo album, è un progetto maturo?

Nashley: Oggettivamente parlando, credo di poterti rispondere di sì, ma non del tutto. Per quanto riguarda la mia percezione soggettiva, invece, ti dico assolutamente che si tratta di un disco maturo. Ho ventidue anni, non quaranta, ma comunque credo di poter dire che Osiride sia per certi veri più maturo di me, in cui ho toccato argomenti piuttosto pesanti.

Sergio: Anche lo stile di scrittura mi sembra maturo…

Nashley: È un disco con tanti termini nuovi, quindi ti dico di sì: rispetto alla mia discografia precedente è un album maturo.

Sergio: Quando ho ascoltato per la prima volta Osiride, ti confesso che mi ha lasciato molto sorpreso, ma più in generale mi sento di dire che oggettivamente sia un album che stupisce.

Nashley: Sono d’accordo con il tuo parere. Non ci si annoia ascoltandolo!

Sergio: Ti chiedo: Osiride ha stupito anche il suo autore? Sei rimasto sorpreso dal risultato finale?

Nashley: Dall’interno è tutto un po’ un casino… – ride – Ho ascoltato il disco ultimamente e sono rimasto piacevolmente sorpreso: avevo degli obiettivi e ci sono andato davvero vicino. Si può sempre fare meglio, è ovvio, ma sono molto soddisfatto di Osiride. Come hai detto bene tu si passa da pezzi pop a brani tristi, poi arriva Tancredi e ti fa ballare, poi ancora c’è il pezzo rap con Jake! Secondo me si tratta di un disco completo: c’è anche la voce femminile…

Sergio: È stata capita la scelta di pubblicare una parte del disco a capitoli?

Nashley: No, non credo sia stata capita perché purtroppo la mia forza mediatica è comunque relativa. I miei numeri su Spotify e su YouTube sono importanti, ma sui Social faccio più fatica, anche perché personalmente non li amo molto. Forse la mia comunicazione di Iside e Seth non è stata vincente, ma sono orgoglioso che i miei fan veri l’abbiano capita. Molti avevano già intuito che il titolo dell’album sarebbe stato Osiride. La mia scelta di pubblicare due EP pre-album, però, poteva certamente essere capita meglio: credo che ci sia riuscita bene e che abbia un senso, quindi è stato un po’ un peccato.

Sergio: Parliamo di Senza vertigini, il pezzo con Fasma. Ascoltandolo la prima volta mi ha lasciato a bocca aperta! Com’è nata la collaborazione?

Nashley: Pensa: io e Fasma ci conosciamo da tipo quattro anni. Io ero un super fan di Marylin M. e venni a sapere che anche lui era fan della mia musica, nonostante avessimo tipo 20.000 follower in due. Ci siamo beccati a due concerti in Toscana e abbiamo fatto amicizia, per poi perderci un po’ di vista durante il suo periodo-Sanremo. Mentre cercavo ispirazione per scegliere i featuring di Osiride mi è venuto in mente che unire il mio mondo con il suo poteva essere davvero figo, anche perché non credo siano universi così distanti. L’ho chiamato, si è reso subito disponibile e allora sono sceso a Roma a fare il ritornello di Senza vertigini. Siamo stati da subito entusiasti del pezzo!

Sergio: Si può dire, attraverso l’analisi di un pezzo del genere, che Osiride sia un disco “di emozioni“?

Nashley: La risposta più semplice sarebbe sì, ma non so quanto sarebbe una risposta vera. Osiride è sicuramente un disco pieno di emozioni, ma non credo sia un disco “di emozioni”. Per me un disco di emozioni è Persona di Marracash, perché è un flusso di emozioni: l’una dietro l’altra. Nel mio disco c’è anche un po’ di leggerezza.

Sergio: Per esempio quando rappi con Jake?

Nashley: Per esempio quando rappo con Jake oppure nel pezzo con Tancredi! Anche l’outro Duemila treni riesce a spezzare un po’ secondo me, dando un po’ di scorrevolezza alla tracklist. Non volevo fare un disco solo di emozioni.

Sergio: Ti ricordi quando ti è sorta la necessità di fare un pezzo con Jake?

Nashley: La necessità è sorta quando mi sono reso conto che non potevo fare un disco senza almeno un pezzo rappato. Pensa che avevo scritto quella strofa su un beat completamente diverso…

Sergio: Quindi hai ancora voglia di fare rap! – ride

Nashley: Sì, ma a me piace tantissimo fare rap! Già la trap mi scoccia parecchio ultimamente, ma il rap non mi stanca mai, tant’è che sto lavorando ad altri brani di questo stampo. Ho fatto rifare il beat ai 2ndRoof che sono ormai più che amici e ho puntato sul feat-leggenda. In Real avevo rappato con Guè e per Osiride ho scelto Jake, che si è rivelato davvero super disponibile. È una leggenda anche fuori dalla musica.

Sergio: Prima ti ho fatto quella domanda un po’ poetica sul disco “di emozioni”… – ride – Però torno sul tema della scrittura: Osiride è un disco profondo e serio, come hai detto prima spesso graffiante. Ti faccio un’altra domanda particolare sull’album: a quale città è più legato?

Nashley: Che domanda strana! – ride – Forse a Milano, perché è la mia prossima meta: mi piace un sacco come città e offre grandi prospettive a livello professionale. Ti rispondo anche io con una frase poetica: vorrei che Osiride fosse il disco che mi porti a vivere bene a Milano. Anzi, ti dico di più: non dedico il disco a una città, ma a un treno fra Vicenza e Milano.

Sergio: Questa sì che è una risposta poetica! – ride – Ma in generale come scrive Nashley?

Nashley: Nashley scrive tanto in treno, scrive in viaggio, scrive la notte e la maggior parte delle volte non scrive in studio. Non mi piace stare seduto e impormi di scrivere, anche perché difficilmente nascono buone idee con questo metodo. Tendenzialmente, comunque, mi viene facile scrivere durante i viaggi, perché sono costretto a pensare.

Sergio: Sempre prima il beat e poi il testo?

Nashley: Assolutamente. Matematico. Magari mi segno qualche frase, ma non scrivo mai senza strumentale. Diciamo che Nashley scrive quando se la sente: non forza mai l’ispirazione e non si impone niente.

Sergio: Infatti il tuo secondo disco esce a quattro anni di distanza dal primo…

Nashley: Esattamente. È anche brutto forzarsi: abbiamo scelto questo lavoro per poter essere liberi! Preferisco lasciare che la canzone arrivi da sé.

Sergio: Chiudo l’intervista con la domanda più decisiva: Osiride fotografa bene il Nashley del 2022?

Nashley: Sì, assolutamente sì. Non so cosa aspettarmi dal futuro: potrei cambiare tutto di nuovo, ma al momento Osiride mi descrive molto bene.

Sergio: Real invece fotografava bene il Nashley del 2018?

Nashley: Forse fotografava bene l’impressione che gli altri avevano di me. Io che mi conoscevo da dentro lo sapevo: ero lo stesso di Osiride.

Sergio: Credo che quest’ultima sia la vera chiave di lettura della tua evoluzione musicale.

Nashley: Direi di sì. Devi considerare che nel 2018 avevo solo diciotto anni, appena compiuti fra l’altro, e avevo voglia di seguire i trend del momento. Oggi so che voglio seguire il mio istinto.

Sergio: Quale traccia di Osiride il Nashley del 2018 non avrebbe mai pensato di realizzare?

Nashley: ride – probabilmente Amsterdam.

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