Rkomi a Sanremo – Un’esperienza fatta di coraggio, imperfezione e dignità artistica

Si possono dare molte chiavi di lettura alla settantaduesima edizione del Festival di Sanremo. Si può parlare, per esempio, dei numeri da record che Amadeus è riuscito a catturare con una gestione brillantissima di tempi e scelte oppure si può imparare dal mitico Gianni Morandi: a settantasette anni non aveva niente da dimostrare, eppure è arrivato terzo con un brano attuale, con delle esibizioni esplosive e la voglia di mettersi in gioco di un ragazzino. Ancora, si può affermare che questo Festival è stato qualitativamente piuttosto mediocre e che la vittoria dei fuoriclasse Mahmood e Blanco – e, di pari passo, il trionfo di Island Records – è stata la dimostrazione del loro talento scintillante: hanno presentato una canzone irresistibile, moderna e originale e, soprattutto, sono stati i migliori performer in assoluto.

Scendendo più nel dettaglio e indagando ciò che davvero interessa gli appassionati di rap, va evidenziato senz’altro che il tentativo di portare i rapper a Sanremo, iniziato quattro anni fa attraverso la proposta di figure come Achille Lauro, Shade e Ghemon e proseguito successivamente con Anastasio, Junior Cally, Fasma, Madame e Willie Peyote, si è rivelato un totale fallimento. Purtroppo lo spirito del Festival sembra essere del tutto incompatibile con l’anima di questo genere musicale. Infatti i pochi artisti, fra quelli citati, che sono riusciti a garantire performance di qualità, lo hanno fatto attraverso brani pop o comunque lontani da un approccio rap, come Voce, Parlami e Rolls Royce. In parole povere: il rap a Sanremo non è praticamente mai arrivato e, in quelle pochissime occasioni in cui si sono visti sprazzi di rap sul palco dell’Ariston, il livello era davvero basso.

Anche quest’anno, dunque, non stupisce affatto che al Festival si sia visto pochissimo rap (e di basso livello, come questa pessima performance di Rocco Hunt in duetto con Ana Mena) e che coloro che sarebbero potuti essere validi rappresentanti del genere, come Highsnob e Dargen D’Amico, hanno preferito virare su altre frequenze sonore. Volendo commentare rapidamente l’esperienza dei due artisti, si può dire che Highsnob ha fatto un’ottima figura, proponendo Abbi cura di te, una canzone emotivamente molto efficace, e delle performance sobrie e rispettose del palcoscenico, mentre Dargen, figura storica per il rap italiano ma spesso glorificata in modo assolutamente eccessivo, ha davvero sprecato un’occasione portando Dove si balla, mediocre e dimenticabile.

In questo articolo, tuttavia, dopo questa panoramica sul Festival e sul suo rapporto con il rap italiano, ci si vuole soffermare sull’esperienza di un artista, Rkomi, che ha preso le distanze del genere già nel 2018 e non perde occasione per dichiararsi un “artista, non un rapper”, ma allo stesso tempo è stato l’unico a rappare sul palco dell’Ariston con la sua Insuperabile.

Numeri alla mano, l’esperienza del milanese a Sanremo è stata un fallimento piuttosto clamoroso. Si è presentato all’appuntamento galvanizzato dai risultati straordinari dell’album Taxi Driver, il più ascoltato dell’anno scorso, e ne è uscito con le ossa rotte, classificandosi solo diciassettesimo su venticinque, preceduto in maniera piuttosto inspiegabile da artisti con brani meno validi e meno ambiziosi del suo, come Achille Lauro, AKA 7even, Dargen D’Amico e la coppia Ditonellapiaga-Rettore.

La domanda a cui si vuole dare una risposta qui, dunque, è la seguente: le esibizioni di Rkomi sono state davvero così negative come racconta quel diciassettesimo posto? Oppure si tratta di una classifica bugiarda? Che bilancio si può trarre dalla sua esperienza al Festival di Sanremo?

Come si può valutare l’esperienza di Rkomi a Sanremo?

Per iniziare l’analisi dell’esperienza-Sanremo di Rkomi, bisogna dire fin da subito che Insuperabile, la canzone con cui ha gareggiato, rappresenta uno dei picchi qualitativi della sua discografia. Si tratta di un grande brano, unico per la scena italiana del 2022 e dall’esplosività coinvolgentissima, in grado di fotografare l’identità frammentata e polivalente del suo autore.

Infatti, da un lato, Insuperabile rappresenta il massimo coronamento di un percorso che ha sempre guardato con ammirazione le influenze rock – lo dimostrano tracce come Nuovo Range e Taxi Driver – ma, dall’altro, è anche fortemente condizionato dalla gavetta hip-hop di Rkomi: le due strofe sono rappate e ogni melodia del pezzo è accompagnata dallo stesso autotune che ha reso grande la trap (di cui il cantante di Calvairate è stato storicamente uno dei massimi esponenti). Il risultato di questo cocktail di influenze è un brano d’amore esplosivo come dinamite, impostato su un riff di chitarra che qualcuno ha definito “alla Personal Jesus” e interpretato con grinta, impeto e passione.

Il testo, inoltre, è un classico esempio di scrittura “alla Rkomi”: è interamente basato su immagini particolari e originali, sin dalla prima strofa in cui si paragonano le lentiggini di una donna a scalini per l’Olimpo e si canta che “l’amore è elettricità” (la stessa elettricità esplosiva che scuote l’ascoltatore del brano). Il ritornello, poi, è letteralmente travolgente e propone metafore che solo Rkomi avrebbe potuto pensare, per cui il rapporto con la donna amata è paragonabile a “due molotov in fiamme nella corrente” (un’ulteriore immagine “esplosiva”) e la ragazza in questione è “l’ultima curva, (quella) insuperabile“.

Risulta chiaro, dunque, che Insuperabile sia un pezzo davvero ben riuscito: è coinvolgente, impetuoso, scritto in modo carismatico e musicalmente originale. Come si può criticare un pezzo del genere? Vale la pena, allora, ragionare in modo differente e porsi una domanda diversa: era il brano giusto per Sanremo?

A intuito, la risposta sembra essere affermativa: Insuperabile è una hit e i numeri la stanno piano piano confermando, nonostante la “concorrenza interna” di un singolo eccezionale come La coda del diavolo, uscito solo due mesi e successivamente inserito in una riedizione di Taxi Driver. Qui si potrebbe aprire un’ulteriore questione: forse sovraccaricare gli ascoltatori di Rkomi con così tante canzoni potrebbe non essere stata la scelta migliore… Comunque, i dubbi su Insuperabile sono di natura diversa da quella tecnica o discografica, ma riguardano l’aspetto della performance live, il più importante di tutti per un Festival come Sanremo.

Sin dalla prima esibizione, infatti, l’impressione è che Insuperabile abbia messo in difficoltà la voce e il fiato di Rkomi a più riprese, come se fosse una bestia troppo difficile da domare. Per accorgersene basta guardare il video della performance, appunto, d’esordio, caricato sul canale YouTube della Rai. Questa – va detto – è un’esibizione agitata e probabilmente spaventata, come dimostra il lancio a terra, nervoso e rigido, della maschera nera, ma è comunque in grado di mostrare le difficoltà nella resa del pezzo.

La partenza è piuttosto timida, ma appena Rkomi tenta un’accelerazione che faccia onore all’elettricità del pezzo va a corto di fiato, al secondo 0:29, e successivamente accade la stessa cosa al minuto 0:44, di nuovo quando deve cantare le parole: “in un mantello di nuvole bianche”, e durante l’esecuzione del ritornello. Più in generale, sembra che le difficoltà principali di Rkomi siano il mantenimento di un ritmo uniforme nelle strofe e la copertura vocale di ogni parola: entrambi sono problemi di fiato.

In un post su Instagram di Noisey Italia, si afferma che: “Rkomi forse non sarebbe dovuto salire sul palco la stessa sera dei Måneskin“, ma in realtà non c’è alcun bisogno di scomodare una band straordinaria, abituata a incendiare palchi per tutto il mondo, per commentare quest’esibizione. Il punto è che Insuperabile è proprio un brano difficile da eseguire, che forse il solo Salmo, in Italia, saprebbe interpretare con successo senza bisogno di una seconda voce per le doppie.

La prova di quanto detto, che in un certo senso riabilita Rkomi come, è nella sua performance nella serata-cover, in cui ha omaggiato Vasco Rossi cantando Fegato spappolato, Deviazioni e Cosa succede in città, impressionando il pubblico con un’ottima interpretazione, coinvolgente e credibile. Non accade mai, nei quattro minuti di esibizione, che il cantante abbia problemi di ossigeno o di gestione del ritmo: dunque il problema non è davvero di Rkomi, che deve comunque crescere tanto come performer, ma della natura stessa di Insuperabile.

Il dubbio esposto precedentemente, quindi, risulta fondato: forse non era il brano giusto per Sanremo e sarebbe stato meglio puntare su un pezzo più facile, eseguibile con più comodità, proprio sulla scia di La coda del diavolo o di Partire da te. È proprio per questo, però, che una delle parole chiave per raccontare l’esperienza-Sanremo di Rkomi non può che essere “coraggio“, seguita da “imperfezione” e “dignità“.

Il coraggio e l’imperfezione sono facce della stessa medaglia: Rkomi ha voluto rischiare e probabilmente la sua scommessa era troppo ambiziosa per ottenere delle performance perfette, ma come si fa a non premiare, nella musica, il coraggio di un artista? Troppi artisti a Sanremo si sono persi in esibizioni mediocri e anonime per paura e timidezza, mentre l’artista di Calvairate ha cercato di superarsi. Forse stavolta l’ultima curva era davvero insuperabile, ma è mettendosi in gioco che si cresce e si migliora: bisogna apprezzare una scelta come la sua, anche se magari non è stata ideale.

La terza parola chiave è dignità, quella dignità artistica che ha spinto Rkomi a presentarsi sul palco dell’Ariston con un bagaglio fatto unicamente di musica, lontano da sceneggiate simil-trash o buffonate di altro tipo. Chi ascolta rap da qualche anno avrà sicuramente compreso la personalità di Mirko e scommetterà certamente sulla serietà e sul rispetto con cui ha affrontato la sfida-Sanremo. Non c’è dubbio che se qualcuno gli avesse proposto di “battezzarsi sul palco” o di slacciarsi i pantaloni sul palco come ha fatto Achille Lauro, Rkomi avrebbe rifiutato senza pensarci un secondo. Le sue esibizioni sono state quelle di un artista, non quelle di uno showman, e questo le rende piene di dignità artistica.

In conclusione, se si vuole stilare un bilancio del Sanremo 2022 di Rkomi, si può dire che lo spirito con cui ha affrontato l’Ariston manifesta una mentalità vincente e coraggiosa e una visione artistica basata sul rispetto della sua musica. Non c’è alcun dubbio che deve crescere tanto come performer e migliorare la resa di brani difficili come Insuperabile, perché un dislivello simile fra performance in studio e in concerto non è accettabile per un artista del suo calibro. È per questo, dunque, che le sue esibizioni non sono state da Top 10, ma allo stesso tempo quel diciassettesimo posto è bugiardo e beffardo. Rkomi non meritava certo di leggere il suo nome sotto quello di Achille Lauro, Ditonellapiaga & Rettore, Dargen D’Amico, AKA 7even e Michele Bravi e oggi quella classifica non si può cambiare.

La reazione, comunque, sarà fondamentale: una settimana fa Rkomi era considerato uno degli artisti più talentuosi e più in forma d’Italia e la prossima settimana deve tornare a esserlo. Inoltre, un eventuale successo di Insuperabile post-Festival potrebbe rappresentare una rivalsa nei confronti di Sanremo e, chissà, magari un giorno Mirko si ripresenterà su quel palco e supererà l’ultima curva, sfrecciando verso il futuro con gli occhi della rivincita.

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