I cinque album rap migliori del 2021

Classifica dei 5 album di rap italiano migliori del 2020 secondo la redazione di Raphaolic, ordinata dalla quinta alla prima posizione.

Alcuni degli album più rappresentativi del 2021

Il 2021 è stato, proprio come il 2020, un anno musicalmente strano, ancora profondamente influenzato dalla pandemia di Covid-19 e dalla quasi totale impossibilità per gli artisti di suonare live. Esattamente come l’anno scorso, la conseguenza di questo “blocco-dal-vivo” è stato un anno musicalmente altalenante, caratterizzato da fortissimi alti e bassi: sono usciti dischi sorprendenti per qualità e innovazione, ma anche album clamorosamente inferiori alle aspettative che si erano create. Prima di addentrarsi, però, nella Top 5 dei dischi italiani migliori del 2021, vale la pena analizzare le tendenze musicali di questi ultimi dodici mesi, per sottolineare due fenomeni paralleli e per certi versi collegati: la sperimentazione senza freni di progetti come Taxi Driver, Madame, OBE, Noi, loro, gli altri e GVESVS e il ritorno al classico di Keta Music 3, Fastlife 4 e tracce come Lewandoski VIII, Ghigliottina e La G. La U. La E. pt. 2.

Sperimentazione senza freni e ritorno al classico – Come interpretare i due trend principali del 2021?

Negli ultimi dodici mesi, come si accennava, i rapper italiani hanno scelto principalmente due modalità di approccio alla musica, a volte facendole incontrare fra loro e ottenendo risultati intriganti e spesso di successo, la sperimentazione e il ritorno a sonorità più classicheggianti.

A inizio 2021, Mace ha pubblicato OBE, un disco psichedelico, pieno di influenze e in cui ci si permetteva di rischiare, provare, sperimentare la soluzione musicale più strana e innovativa, come l’allucinogena outro elettronica di Non vivo più sulla terra, simbolo per eccellenza della follia artistica del producer. Le scelte di Mace hanno pagato: OBE si è rivelato un progetto entusiasmante e un successo discografico, ma non solo. Infatti, i grandiosi risultati del CD hanno convinto molti altri artisti, nei dodici mesi successivi, a sperimentare e mescolare le carte a livello musicale, come Blanco e Michelangelo, architetti di una formula musicale unica al mondo, esplosiva e viscerale, e l’estrosissimo Rkomi in Taxi Driver, disco a cavallo fra rap, indie, pop moderno, punk-trap alla Iann Dior e addirittura ritmo latino alla Tangana.

Inoltre, la sperimentazione del 2021 non si è limitata solamente all’ambito prettamente musicale, ma anche al modo di pensare e progettare un album. Noi, loro, gli altri di Marracash ne è l’esempio lampante: è un progetto di brani atipici, che rifiuta gli schemi e cerca le soluzioni alternative, ribelli e geniali. È un progetto che si è permesso di campionare la traccia house di culto Infinity ma anche l’opera lirica, ma soprattutto è un album bestseller quasi del tutto privo di ritornelli canonici proponendo tracce dalla struttura unica, come Crazy Love, le cui parole cambiano nei due ritornelli, come Noi, dalle strofe molto più lunghe di quanto si tende a fare usualmente, e come Loro, Pagliaccio, Cosplayer, Dubbi e Cliffhanger, incredibili flussi del tutto privi di intermezzi.

Dunque, in conclusione, si può dire che quest’anno i rapper si sono davvero accorti di essere liberi e di poter essere originali, esuberanti e coraggiosi, a patto che la loro non sia una sperimentazione fine a se stessa o eccessivamente cervellotica. Artisti come Rkomi, Mace, Blanco, Madame, Massimo Pericolo, Chiello e Leon Faun hanno beneficiato in maniera incredibile di questa tendenza musicale, perché gli ha conferito, di fatto, la libertà di essere maggiormente se stessi, rifiutando categorizzazioni e musica a compartimenti stagni. L’esempio di Marracash, però, dimostra come anche i veri Top Player si siano sentiti meno vincolati a schemi e canoni fissi, facendo sì che i loro progetti ne beneficiassero in cura del dettaglio e preziosismi: pensate alla scelta di Guè, in Veleno (di GVESVS) di chiamare quattro ghost-featuring senza rivelarli al pubblico!

Mi fai impazzire, hit estiva di Blanco e Sfera Ebbasta prodotta da Michelangelo, è uno dei brani più folli del 2021. Nonostante questo, i numeri parlano chiaro: ha quasi 100 milioni di streaming su Spotify!

A proposito di Guè, poi, il secondo fenomeno che ha caratterizzato gli ultimi mesi di rap italiano è stato, in una misura considerevole, il ritorno al classicismo, di cui i mixtape Fastlife 4, proprio di Guè, e Keta Music 3, di Emis Killa, sono le vere bandiere. Si tratta, di fatto, di album interamente prodotti e non, formalmente parlando, di mixtape, ma allo stesso tempo i due progetti non possono che risultare due unicum nella scena italiana. Fastlife 4 e Keta Music 3 riescono a ricamare, per lunghi tratti, un mondo rap caratterizzato dal boom bap, dalla volontà di imporsi con le barre, dalla nostalgia del passato e da un’estetica credibile e piena di richiami alla storia del rap italiano. Brani come AlexChampagne 4 The Paine Smith & Wesson Freestyle ne sono la dimostrazione per Fastlife 4, mentre in Keta Music 3 si può dire lo stesso di Notte gialla, Street Movie, Morto di fame e Jam Session, queste ultime due prodotte da un’icona dei ’90 come DJ Shocca.

Più in generale, l’impressione è che se da un lato la scena urban-rap italiana ha voluto sperimentare e cambiarsi l’abito più e più volte, fondendosi con altri generi come pop, indie, rock e dance, dall’altro alcune eminenze del rap italiano abbiano voluto rivendicare le loro radici, ricordando la loro provenienza e issando una bandiera fiera e orgogliosa. Fra l’altro, bisogna specificare che Fastlife 4 e Keta Music 3 non sono affatto progetti esplicitamente reazionari: Guè ed Emis non hanno realizzato i mixtape per scontrarsi con l’ondata sperimentale (anzi, Guè è un artista che nel suo disco GVESVS ha sperimentato tantissimo), ma piuttosto hanno issato la loro bandiera per affermare quanto il rap, nonostante tutto, sia ancora vivo. Pezzi come Lewandoski VIII di Ernia, Big Checks di Don Joe e Ghigliottina di Noyz Narcos, di stampo boom bap-moderno e basate sulla forza delle rime a effetto, raccontano una riscoperta delle origini e dell’importanza del classico. È quasi ironico: nell’anno che sembrava sarebbe stato caratterizzato dalla UK Drill, è stato invece il boom bap purista e classicista a vivere una seconda giovinezza.

Quindi, al netto delle precedenti considerazioni, quali sono state le conseguenze, nel concreto, dei due trend musicali analizzati? La grande morale può essere la seguente: solo gli artisti veri, quelli in grado di risultare unici e credibili (si torna al concetto di radici e quindi di classicismo), hanno saputo resistere con facilità a un anno che ha tagliato molte teste, facendo crollare miseramente i progetti senza spina dorsale, privi di un’identità creativa o di idee solide. Hanno vinto i Blanco, gli Rkomi e le Madame, ragazzi coraggiosi e mai banali – ma anche lo stesso Tony Effe autore di un pezzo innovativo come Effe – e, come negli anni scorsi, hanno trionfato i fenomeni con un piede nel futuro e uno nel passato: Marra e Guè.

Morto di Fame di Emis Killa e Lazza, prodotta da DJ Shocca, è uno dei brani simbolo del ritorno al classicismo del 2021.

5° posto – Taxi Driver di Rkomi

Come spesso accade, gli ultimi posti della Top 5 sono i più difficili da assegnare. Anche in questo 2021, infatti, i primi due gradini del prodio sono assolutamente blindati, anche se si può discutere sul loro ordine, e il terzo è anch’esso abbastanza “telefonato”. Invece, quarto e quinto posto richiedono un po’ di fantasia, perché quest’anno ha visto la pubblicazione di bei progetti come Medioego di Inoki, Dolce Vita di Shiva, Doom di Nayt e Obe di Mace, che conquistano comunque una honorable mention.

Tuttavia, la quinta posizione della Top 5 dei migliori dischi rap, quest’anno, va di diritto a Taxi Driver di Rkomi, un progetto che è manifesto della sperimentazione analizzata nell’introduzione all’articolo. Prima di addentrarsi nello specifico commento al CD, bisogna rispondere a un quesito chiarificatore: Taxi Driver si può considerare un progetto rap? Probabilmente la risposta formalmente corretta sarebbe negativa ma, d’altronde, si parla di un 2021 in cui l’ibrido è stato il vero protagonista e quindi precludere le posizioni di questa classifica a progetti come questo sarebbe sbagliato. Taxi Driver non accoglie al suo interno strofe rappate canonicamente, ma è comunque scritto da un rapper o comunque da un artista ibrido che deve tantissimo al rap. Ha un’anima rap. Non sarà Mi fist o Mr. Simpatia, ma non è Faccio un casino e neanche Multisala. In ogni caso, per rendere più digeribile questa Top 5, vale la pena premettere che forse sarebbe meglio intitolarla “Top 5 dei migliori dischi di musica urban“.

Tornando a Taxi Driver, per capire l’importanza del progetto vale la pena tornare indietro nel tempo al primo trimestre del 2021, quando ancora il CD non era stato annunciato e Rkomi, dopo il passo falso di Dove gli occhi non arrivano, era considerato un artista in crisi, perso nei meandri di una transizione confusionaria da rapper a cantante pop. Quando è stato annunciato, Taxi Driver sembrava un disastro annunciato: si trattava di un disco che arrivava in un momento critico per l’artista e si presentava come progetto di quattordici tracce di cui solo due erano brani solisti, Partire da te e la title track. L’accoglienza, poi, è stata quella che si riserva ai progetti con così tanti featuring diversi fra loro: molto fredda e molto disincantata. E invece ha avuto ragione Rkomi.

Innanzitutto, a livello musicale, Taxi Driver è davvero un album brillantissimo che si presenta come progetto estremamente variopinto e, come si è ampiamente detto, molto fantasioso. La prima parte del progetto, infatti, che accoglie la splendida hit-love Partire da te e le tre collaborazioni-indie Ho spento il cielo, Me o le mie canzoni? e Diecimilavoci, aperte e melodiose, ha il compito di introdurre l’ascoltatore al mondo-Rkomi, fatto di chitarre e di atmosfere ibride e agrodolci, difficili da inquadrare proprio come l’autore del disco. La seconda parte del progetto, poi, risulta davvero sperimentale grazie a pezzi estrosi come Paradiso vs. Inferno (Interlude), Mare che non sei e Cancelli di mezzanotte ma anche a canzoni che bucano lo schermo, rivelandosi come corpi estranei al progetto ma trovando un loro posto ben preciso al suo interno, come le hit esplosive Nuovo Range e Luna Piena. Il risultato finale, dunque, per l’ascoltatore, è un turbine emotivo in cui il caos è padrone ma, nella discografia di Rkomi, l’artista non era mai stato così abile a gestire, ordinare e domare tale caos, rendendolo libertà creativa, energia emotiva e coraggio nell’essere unici. Musicalmente, Taxi Driver non è solo l’album migliore di Rkomi, ma è uno dei progetti più maturi, affascinanti e qualitativamente entusiasmanti degli ultimi anni.

Rispetto all’ultimo CD Dove gli occhi non arrivano, in cui si erano segnalati evidenti problemi di scrittura, Taxi Driver è un progetto in cui la lirica convince e brilla senza venire snaturata. Rkomi non ha cambiato il suo modo di scrivere per il progetto, ma ha puntato ancora una volta sui versi disordinati che fluiscono con la coscienza, su guizzi poetici che si traducono in metafore e su pezzi senza un vero concept, lasciati in balia di una penna libera di andare nella direzione che preferisce (Sopra le canzoni ne è la dimostrazione più evidente). Il vero salto di qualità, tuttavia, è da ricercare nella nuova impalcatura musicale, che ha valorizzato questo tipo di scrittura come meglio non poteva fare, e anche nella crescita di Rkomi sotto il piano della consapevolezza. Oggi l’artista di Io in terra sa come incanalare il suo flusso lirico con più leggerezza e bisogna riconoscergli anche il tentativo di uscire dalla sua zona di comfort sperimentando anche con la penna: brani come Paradiso vs. Inferno, in cui si innesca un dialogo con una Roshelle-coscienza di Rkomi, ne sono la dimostrazione. L’artista ha scommesso e le sue scommesse hanno pagato: non si parla certamente di un capolavoro di scrittura, ma lo si può definire certamente come progetto liricamente convincente.

Infine, un ultimo aspetto davvero brillante di Taxi Driver è il modo originalissimo in cui Rkomi ha gestito tutte le collaborazioni, rendendole dei duetti e non dei semplici feat. Pur rifacendosi a un film il cui protagonista pronuncia pochissime battute, infatti, Taxi Driver è effettivamente un album che punta tantissimo sull’incontro artistico con altri cantanti, ospitandone addirittura dieci al suo interno e non puntando quasi mai sul canonico schema “strofa-Rkomi ➔ ritornello-Rkomi ➔ strofa-featuring”, ma su soluzioni ibride, intrecci e alternanze vocali e scambi di parti.

Al netto delle precedenti considerazione, dunque, risulta evidente che Taxi Driver è stato un album di grande qualità, fondamentale per la carriera di Rkomi e di enorme successo discografico (è il disco più ascoltato dell’anno su Spotify), che si merita la quinta posizione di questa Top 5. L’album, tuttavia, non riesce ad andare oltre il quinto posto perché risulta di gran lunga inferiore sotto tutti i punti di vista ai due titani delle prime posizioni e, nonostante sia musicalmente superiore ai progetti al quarto e al terzo posto, risulta piuttosto limitato, rispetto a loro, a livello di scrittura. Comunque, quinto posto significa quinto miglior disco rap (o urban che dir si voglia) del 2021: un traguardo straordinario!

Scopri di più su Taxi Driver di Rkomi: questa la video-recensione!

4° posto – Solo Tutto di Massimo Pericolo

La scelta del disco che occupa quarta posizione di questa Top 5 è, per certi versi, inversa rispetto a quella di Taxi Driver al quinto posto. Se quest’ultimo disco, infatti, brilla per il suo straordinario valore musicale, Solo Tutto di Massimo Pericolo è uno dei progetti meglio scritti degli ultimi anni. Il suo valore, poi, brilla di una luce nuova e incandescente se si pensa che il suo autore, rapper di Brebbia classe ’92, affrontava questo album quasi come se fosse il suo CD d’esordio.

Massimo Pericolo, infatti, è piombato come una meteora nella Serie A del rap italiano a inizio 2019, incuriosendo con la sua storia di vita, con la sua personalità unica e stupendo con tracce “di stomaco”, emotivamente viscerali, senza censure e dai testi forti come ganci allo stomaco dell’ascoltatore. Scialla Semper, il suo primo disco, è stato un progetto entusiasmante e straordinario, ma per la sua stessa consistenza (8 brani per 24 minuti di musica) somigliava più a un EP che a un CD. Solo Tutto forse non è stato il primo disco di Massimo Pericolo, ma forse neanche il secondo. Si può dire che è stato il suo secondo primo disco.

Solo Tutto sceglie di riproporre la stessa formula chimica di Scialla Semper: il binomio creativo Massimo Pericolo-Phra dei Crookers, il produttore perfetto per esaltare, da un lato, la forza esplosiva, violenta e anarchica dell’artista e, dall’altro, la sua vena depressa e deprimente, disillusa e sfiduciata. Tuttavia, all’interno del nuovo progetto, i due artisti sono riusciti a creare, con lo stesso legame chimico, nuove soluzioni e risultati diversi, alleggerendo le produzioni di Massimo Pericolo, permettendogli di sperimentare con l’autotune e aiutandolo a suonare sorprendentemente più moderno e più leggero, come in Casa Nuova, Debiti, 100K, Troia e Solo Sex.

Anche a livello lirico, poi, Solo Tutto è un progetto di innovazione: una gran parte dei suoi brani, come quelli citati in precedenza, Cazzo Culo, G e Bang Bang, non sono altro che flussi di coscienza e di pensieri personali e brillano per valore artistico proprio perché partoriti da un artista dal vissuto e dalle esperienze uniche e dalla mente emotivamente iper-sensibile. Tuttavia, nel progetto sono presenti anche altre tracce che spiccano addirittura maggiormente perché messe al servizio di un’idea, di un concept e spesso di una narrazione come Airforce, Bugie, Fumo, Beretta, Brebba 2012 e Stupido. Queste canzoni che fanno sì che Solo Tutto vada premiato con la quarta posizione in classifica.

Infatti, l’ultimo album di Massimo Pericolo è di fatto un progetto incostante, di alti e bassi, che come tutti i lavori sperimentali vive di intuizioni brillanti e geniali, ma anche di brani che funzionano meno, come per esempio la stessa Beretta o il duetto con Salmo Cazzo Culo. Tuttavia, nonostante l’andamento altalenante della sua tracklist, Solo Tutto accoglie delle tracce talmente strepitose da spazzare via ogni dubbio: anche se ha dei difetti, è comunque un disco straordinario.

In particolare:

  • Stupido, outro e, a conti fatti, vera hit dell’album, è un brano che racconta un amore finito o, comunque, una storia d’amore disastrata e ormai difficile da recuperare. Si tratta di un autentico capolavoro: il suo segreto è da ricercare nella forza del testo viscerale, coinvolgente e brutalmente semplice ma efficace, come nella splendida seconda strofa:

Se riesco a scrivere di te vuol dire, cazzo, non ti amo
O mi sarei suicidato, odio tutto quello che c’ha rovinato

È merda music, riascolto i vecchi dischi da rappusi
Erano tutti uguali a me, cioè più fottuti
Meglio una sbronza con ‘sta troia
Che una storia con te, stronza
Se ti voglio come un pazzo è colpa nostra
Mi hai dato sempre tutto, scusa se ti odio un po’

  • Fumo e Airforce sono due storytelling, ovvero brani in cui Massimo Pericolo fa da narratore a storie di strada, di polvere e fango, mettendo così la sua scrittura al servizio di nuovi protagonisti, come i ragazzi di Air Force, in fuga da qualcosa e dai cuori duri come sassi e al contempo fragili come vetri, o come lo spacciatore di Fumo, che finirà al centro di una colluttazione raccontata magistralmente. Più che un narratore, per la sua capacità di far immedesimare l’ascoltatore nelle storie dei due brani, Massimo Pericolo è un regista, capace di trovare l’inquadratura giusta, l’accelerazione ritmica, il sottofondo sonoro ideale per creare pathos, suspance e, soprattutto, per emozionare.

È questa la parola chiave: emozione. Massimo Pericolo, con Solo Tutto, ha creato uno dei progetti più efficaci nell’emozionare l’ascoltatore sia quando, in Casa Nuova, Bugie e Stupido, punta sull’introspezione soggettiva, sia quando, in Fumo e Airforce, narra storie di vita ispirate a ciò che gli è successo. È questo il punto di forza di una grande opera, che conquista meritatamente il quarto posto di questa Top 5, arrendendosi solo a due progetti – va ripetuto – clamorosamente titanici e al disco Madame, musicalmente inferiore a Taxi Driver e liricamente inferiore a Solo Tutto, ma complessivamente migliore di entrambi. In ogni caso, anche per quanto riguarda quest’ultimo disco, la sperimentazione dell’artista ha pagato: si tratta di un grande album ed evidenzia una penna unica. Nessuno in Italia scrive come Massimo Pericolo.

3° posto – Madame di Madame

Al terzo posto di questa classifica si trova l’unico disco d’esordio della Top 5: Madame. Questo progetto, pubblicato in pompa magna dopo la clamorosa partecipazione della cantante al Festival di Sanremo 2021 con la canzone Voce (vincitrice del premio Sergio Bardotti per il miglior testo che il Premio Lunezia per il valore musical-letterario), ha consacrato finalmente il talento sconfinato della diciannovenne Madame e – forse questo è ancora più importante – è stato il primo fiore a germogliare nel prato del rap italiano al femminile. È stato il primo disco mainstream di una female rapper.

Anche nel caso di Madame, però, bisogna ripetere la premessa fatta a proposito di Taxi Driver: si tratta di un disco molto difficile da definire come “rap”, incasellandolo in un unica categoria musicale, ma allo stesso tempo, rispetto al CD di Rkomi, presenta una maggior quantità di strofe rappate e di brani riconducibile al genere. Non c’è dubbio: Madame è un album più rap di Taxi Driver, ma anche in questo caso sarebbe più appropriato parlare di “disco di musica urban”.

In ogni caso, Madame è un progetto davvero straordinario e, come si accennava precedentemente, si tratta di un album completo, davvero brillante sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto, infatti, è un CD elaborato, progettato e realizzato con la maturità dell’artista esperta, non certo della rookie. Il concept è ben chiarito dal titolo: Madame è la presentazione, in 16 tracce per 47 minuti di musica, della personalità complessa della sua autrice, fra luci e ombre, angeli e demoni, pensieri chiari e pensieri scuri, momenti spensierati e momenti di sconforto.

La tracklist scorre velocemente e sembra orchestrata, come detto, da un’artista con anni di esperienza alle spalle: Madame si apre con un “primo tempo” piuttosto luminoso (da Istinto a Nuda), in cui la musica è pop, le note sono allegre e i testi pieni di positività, mentre il suo “secondo tempo” (da Bamboline Boliviane all’outro Vergogna) è più cupo, più inquietante e più sperimentale.

Musicalmente funzionano molto bene entrambe le parti del disco: nella prima parte Madame si dimostra di saper essere un’artista pop moderna credibilissima e dallo stile di canto assolutamente unico, mentre nella seconda parte viene la sua vena artistica più sperimentale, la sua capacità di entrare in simbiosi con le note cupe di un brano, utilizzando la voce per colpire allo stomaco, inquietare e – perché no – commuovere l’ascoltatore. Il vero aspetto sorprendente di Madame, poi, a livello sonoro, è la sua capacità di creare un mondo musicale coerente ma assolutamente variegato, in grado di spaziare da brani pop come Voce, Bugie e Il mio amico a canzoni con strofe rappate con il coltello fra i denti come Dimmi ora, Bamboline Boliviane e Amiconi freestyle, fino a Clito, un singolo trap, Babaganoush, un divertentissimo episodio dai toni esotici, e addirittura Luna, un pezzo in cassa dritta. Nonostante la vastità di generi e di atmosfere del progetto, tuttavia, Madame si dimostra eccezionale nelle interpretazioni dei pezzi, riuscendo a trasformarsi rapidamente: sa essere dolce, sensuale o scanzonata quando il contesto lo richiede, ma anche malinconica, rabbiosa, inquieta e profondamente triste, adattando volta per volta il suo modo di cantare.

A livello di testi, inoltre, Madame è un progetto davvero entusiasmante, in cui ogni traccia riesce a raccontare una parte dell’autrice e ad affrontare temi complessi e molto poco trattati nel rap, come il rapporto con il sesso e con la vita sociale dal punto di vista di una persona minorenne o la paura della morte (Tutti muoiono e Mami Papi sono due tracce capolavoro). Allo stesso tempo, poi, Madame non rifiuta il confronto con temi più classici come amore e amicizia, ma li rende interessanti dando concept intriganti alle sue tracce, come in Il mio amico, e approcciandosi alla scrittura dei testi con tanta originalità. A livello tecnico, poi, Madame è un album scritto in modo brillante, con un linguaggio unico e amplio, con liriche che vanno sempre dritte al punto e trovano sempre le parole giuste per emozionare l’ascoltatore e con idee interessanti, efficaci e mai banali.

È chiaro, in conclusione, che Madame sia un grande disco d’esordio, ma non solo: si è trattato di un album talmente unico che lascerà necessariamente un’eredità. È il primo fiore a germogliare nel prato del rap italiano al femminile – è vero – ma con ogni probabilità innescherà a sua volta una serie di nuovi germogli, ispirando una generazione di giovani rapper donne. In ogni caso, comunque, il primo album mainstream italiano di un rapper donna conquista meritatamente il terzo posto di questa Top 5, arrendendosi soltanto a due colossi dall’età più che doppia (e dall’esperienza più che quintupla) rispetto a quella dell’autrice: Guè e Marracash. Si tratta di un risultato davvero grandioso che lascia pochi dubbi: se questo è il suo disco d’esordio, la crescita di Madame non potrà che essere rapida e luminosa.

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2° posto – GVESVS di Guè

GVESVS è il settimo album di Guè Pequeno, ma è il primo che gli viene accreditato in quanto Guè. Soprattutto, è un capolavoro, uno dei dischi più grandiosi della sua discografia, paragonabile per qualità a Vero, Mr. Fini, Santeria, Gentleman e Bravo Ragazzo.

Forse l’analisi di GVESVS potrebbe aprirsi e chiudersi con queste tre semplici righe, che già da sole sono in grado di spiegare il tasso qualitativo e il peso specifico di un’opera titanica, arrivata in modo sorprendente. Infatti, il CD è la seconda grande pubblicazione di Guè nel 2021 dopo il mixtape Fastlife 4 e, come hanno titolato i colleghi di Boh Magazine, si può dire che abbia fatto due dischi dell’anno in dodici mesi.

Se però Fastlife 4, in quanto mixtape, non può essere considerato per questa Top 5, GVESVS vi entra invece a gamba tesissima: a parte Noi, loro, gli altri, in vetta alla classifica, nessun disco uscito nel 2021 è minimamente paragonabile a quello di Guè, né dal punto di vista musicale né dal punto di vista tecnico-lirico.

In realtà quando è stato annunciato, con il suo titolo provocatorio e la sua copertina piuttosto blasfema, GVESVS sembrava dover essere un disco divertente e scanzonato, più o meno come lo era stato nel 2018 Sinatra. Il CD, infatti, arrivava dopo un disco impostato e solenne come Mr. Fini e ospitava ben dodici featuring (lo stesso numero degli apostoli di Cristo): il mondo del rap italiano pensava di trovarsi davanti un progetto, fondamentalmente, “di cazzeggio”. Invece, GVESVS è un disco profondo, anche più dell’album precedente, ma soprattutto è l’album maturo di un artista uomo e non di un ragazzino.

Musicalmente, dopo il sodalizio artistico con i 2ndRoof che aveva portato al granitico e imperiale Mr. Fini, Guè ha scelto di legarsi a un nuovo producer, Sixpm, in grado di lavorare insieme a lui a un sound estremamente riconoscibile. I due, dunque, hanno scelto di rinnovare l’estetica sonora del rapper, stendendo un tappeto musicale sanguigno, dinamico e infuocato, spesso addirittura spettrale, dando forza ai suoi pezzi di “bosseggiamento” ma soprattutto esaltando la sua introspezione maledetta e viscerale. Quando, nelle interviste, Guè ha parlato del sound del progetto, ha dichiarato che si tratta di un progetto moderno che trae ispirazione da sonorità del passato. L’esempio è chiaramente Veleno, hit che segue la scia di 2% e 25H e che trae evidentemente spunto da sonorità anni ’80, ma la realtà è che GVESVS risulta così brillante soprattutto per la sua unicità sonora. Futura Ex, Gangster Of Love, Daytona, Fredda, Triste, Pericolosa, Senza Sogni, Piango Sulla Lambo e la stessa Veleno sono esperimenti particolarissimi, assolutamente inconfondibili, che suonano freschi e strizzano l’occhio al passato, e il CD si completa con brani old school come La G La U La E pt. 2, Lunedì Blu e Nicholas Cage e con banger di stampo moderno Blitz! e Domai (di stampo trap) e Sponsor (addirittura di stampo drill). GVESVS riesce a essere fresco e al contempo raffinato, a essere un disco modernissimo e a suonare come un classico. In una sola parola – va ripetuto – è un album dal sound unico al mondo.

Puntando, poi, i riflettori sul protagonista dell’album, bisogna dire che ogni singola nota del disco è stata canalizzata in Musica con la M maiuscola da un Guè straordinario tanto nei ritornelli, tutti straordinari da Futura Ex a Domai, tanto nelle strofe, ma d’altronde si parla del miglior flow d’Italia. A livello lirico, inoltre, GVESVS riesce a eccellere tanto nei banger, in cui le punchlines sono taglienti, i giochi di metrica da torcicollo e l’attitudine da vero boss del rap italiano, quanto nelle poesie maledette. Piango sulla Lambo, Nessuno, Futura Ex, Senza Sogni, Fredda, Triste, Pericolosa e Too Old Ti Die Young sono fra le tracce più mature e profonde dell’intera discografia di Guè e sono tutte manifesto della sua poetica tragica, fatta di eccessi, di scelte sbagliate, di vuoti da colmare e di demoni affacciati alla finestra. In una sola frase, citando quello che è forse il verso più iconico in assoluto:

Dicono che diventi stronzo da famoso
Io lo ero già da prima, mo sono solo più solo

Per concludere, dunque, è evidente che si tratti di un progetto davvero stellare, di una vera e propria bandiera piantata nel suolo dal rap italiano. Allargando la lente di ingrandimento all’Europa e al mondo, si nota che sono davvero pochi i CD di questo livello per ricercatezza, abilità tecniche dell’artista, profondità lirica e cura del dettaglio. Bisogna dire orgogliosamente che GVESVS è uno dei migliori dischi rap usciti negli ultimi anni, senza porsi limiti territoriali, anche perché, con Rick Ross e Jadakiss come featuring, avrebbe davvero poco senso immaginarli.

Vale la pena aggiungere un’ultima considerazione: GVESVS, a livello complessivo, riesce addirittura a superare di poco il capolavoro Mr. Fini. Ricordate quale disco aveva si era imposto al primo posto della Top 5 dei migliori dischi rap del 2020? Proprio Mr. Fini. Guè ha fatto seguire un capolavoro da un altro capolavoro: è riuscito in qualcosa di davvero incredibile.

Scopri di più su GVESVS di Guè: questa la video-recensione!

1° posto – Noi, loro, gli altri di Marracash

Al primo posto della Top 5 non poteva non esserci Noi, loro, gli altri di Marracash, un disco arrivato all’improvviso come un fulmine a ciel sereno, a due anni dal capolavoro Persona, forse il miglior disco rap dello scorso decennio e certamente il migliore fra quelli usciti nel suo stesso anno. Proprio come Guè, anche Marracash è riuscito nell’incredibile impresa di far seguire un capolavoro da un altro capolavoro, proponendo un album coerente con il precedente ma completamente diverso, innovativo e originale. Già il solo fatto di poter paragonare Noi, loro, gli altri a un disco straordinario, rivoluzionario e complesso come Persona è un traguardo stellare.

Rispetto al suo precedente, tuttavia, Noi, loro, gli altri è un CD dal concept meno “egoista” e meno rigoroso: è un progetto che divide la popolazione in tre tipologie di persone, enunciate nel titolo che dichiara: “Ci siamo noi, ci sono loro e ci sono gli altri“. La skit di Fabri Fibra, però, aiuta a fare un po’ di chiarezza: non esiste una divisione così netta fra noi e loro, fra buoni e cattivi:

Nella vita mi è successo di essere sia noi, che loro, che gli altri

Marracash, nei brani del CD, difende come un guerriero i suoi punti di vista, ergendosi come paladino di chi reputa simile a sé, ovvero “noi”. Allo stesso tempo, però, quando rimarca le sue differenze da “loro” e anche quando attacca questa massa omologata e omogenea che chiama “gli altri”, lo fa ricordandosi del principio della soggettività. Ogni persona è “io” e dunque fa parte di “noi”, ma è anche “loro” e “gli altri” per qualcun altro. È chiaro da questa sintetica spiegazione che si tratta di un disco sociale.

Persona, al contrario, era un disco introspettivo, che raccontava depressione, difficoltà, rancore, odio e veleno, ma anche speranza e orgoglio. Grazie alla sua struttura originale e creativamente visionaria, può essere considerato il più grande disco introspettivo del rap italiano. Noi, loro, gli altri, invece, pur essendo sempre legatissimo alla psicologia del suo autore, può essere considerato un disco “estrospettivo“. Marra è estrospettivo quando parla con tono innamorato di Elodie nella splendida Crazy Love e quando narra quasi commosso le vicende della sua infanzia in Noi, ma anche quando gioca al tiro al bersaglio con i rapper italiani in Pagliaccio e quando deride la dittatura del politicamente corretto in Cosplayer.

A questo punto dell’analisi, dunque, risulta evidente quanto Noi, loro, gli altri sia un disco speciale proprio perché progettato con delle finalità ben precise, organizzato nel dettaglio e curato con un’attenzione maniacale. A livello musicale, inoltre, Marz, senza dubbio il producer migliore del 2021, è riuscito a stendere per Marracash un tappeto sonoro semplicemente clamoroso, fatto di campionamenti e scelte folli e geniali. Noi, loro, gli altri ha un sound unico frutto di intuizioni impensabili, come la scelta di campionare l’opera lirica in Pagliaccio e il brano di culto Infinity in ∞ Love, ma anche il lavoro con i ghost-featuring Joan Thiele, Mahmood e la stessa Elodie, in grado di aggiungere al progetto tridimensionalità e anche un pizzico di mistero.

A livello prettamente tecnico, poi, bisogna anche dire che Noi, loro, gli altri è un progetto che suona molto più “rap” rispetto a Persona, grazie a brani-cannone come Loro, Pagliaccio, Cosplayer e Cliffhanger, ma l’impressione è che ormai Marra scelga il linguaggio musicale in base alle emozioni che vuole trasmettere. In questo disco si è affidato a un linguaggio rap non solo perché aveva voglia di dimostrare di essere il Numero Uno (ci è riuscito in pieno), ma anche perché doveva risultare aggressivo e feroce. Le sue rime dovevano fare rumore. Quando, invece, l’atmosfera del brano diventava tenera e sensuale, come in Crazy Love, le sonorità si addolcivano a loro volta e vale lo stesso per Laurea ad Honorem e Io. In realtà, il linguaggio rap è stato scelto anche quando il brano diventava profondo e riflessivo, come nelle splendide Noi e Dubbi, ma si tratta di un tipo di rap diverso, di un “conscious rap” alla Kendrick Lamar e alla J. Cole.

Tornando poi alle ampie premesse sul dilagare della sperimentazione nel 2021, un ultimo aspetto clamorosamente brillante di Noi, loro, gli altri è il suo modo geniale e innovativo di gestire lo scorrimento della tracklist e la struttura dei singoli brani, spesso privi di ritornelli canonici, come Dubbi, Pagliaccio e Cosplayer o fondati su strofe di lunghezza non canonica, come Noi. Anche quest’ultimo particolare modo di gestire la musica ha contribuito a rendere l’album un capolavoro.

A livello lirico, per concludere, qualsiasi aggettivo sarebbe probabilmente limitante per un Marracash mai così brillante nel corso della sua discografia. Nei brani più rap del progetto, Pagliaccio, Cosplayer, Loro e Cliffhanger ogni barra sferrata è quella giusta al momento giusto. La penna di Marracash non è mai stata così infuocata come nel 2021: ogni frecciata colpisce dritta nel segno, lasciando messaggi importanti e al contempo consolidando l’autorità dell’artista come King del Rap. In Pagliaccio cita Scarface: “Volete fare la guerra con me? Fate la guerra con il più forte” e ha proprio ragione: è il rapper più forte d’Italia. Nei dischi rap ben scritti, tendenzialmente, ci sono almeno quattro-cinque barre stratosferiche, in grado di far saltare l’ascoltatore dalla sedia. Nei brani precedentemente citati, invece ogni singola barra è fenomenale per tempi di scrittura, tecnica, “recitazione” del verso, forza espressiva e impatto sull’ascoltatore. In sostanza, è difficile che in un qualsiasi disco rap (escluso quello di Guè) si trovi anche soltanto una barra vagamente paragonabile a qualsiasi serie di versi di Pagliaccio o Cliffhanger. È un album che, a livello di scrittura-rap, rasenta la perfezione.

Tuttavia, come qualsiasi ascoltatore di rap italiano sa bene, Noi, loro, gli altri non sarebbe un capolavoro titanico se non fosse per quei meravigliosi brani conscious, dai ritmi lenti e dalla scrittura, anche qui, perfetta, come la malinconica Io, la dolcissima canzone d’amore Crazy Love, il nostalgico storytelling Noi e soprattutto le crudissime Dubbi e Nemesi, uniche tracce davvero introspettive del CD. In queste ultime due tracce è possibile ascoltare un Marracash maturo, combattente e combattuto, alle prese con interrogativi esistenziali in Dubbi e con una guerra contro la sua anima auto-distruttiva in Nemesi. La vera magia di Noi, loro, gli altri, a livello di penna, è nella capacità di Marracash di scegliere uno stile di scrittura unico per ogni traccia, adattato al contesto sonoro e contenutistico. Per Dubbi, per esempio, l’approccio è molto crudo e in stile flusso di coscienza, mentre Nemesi è un brano simile per contenuto ma scritto in modo completamente diverso, più poetico, esplosivo e misterioso.

Infine, dunque, risulta piuttosto chiaro che Marracash abbia sfornato, in maniera sorprendente e assolutamente da artista vero, il disco rap migliore del 2021: Noi, loro, gli altri è un unicum totale nella storia del genere in Italia. È un disco maturo, innovativo e geniale, musicalmente stellare e che rasenta la perfezione dal punto di vista tecnico-lirico, ma allo stesso tempo è un bestseller che è riuscito a raggiungere ed emozionare qualsiasi tipo di pubblico. Soprattutto, è un disco che urla una verità incontrastabile: in questo momento non c’è dubbio che Marracash sia il rapper migliore d’Italia. Nessun minimo dubbio.

Non avrei paura di voi nemmeno se foste davvero armati
Volete fare la guerra con me? Fate la guerra con il più forte

Scopri di più su Noi, loro, gli altri di Marracash: questo il confronto sull’album!

Un pensiero riguardo “I cinque album rap migliori del 2021

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