Garfo racconta il suo nuovo EP: “Ho avuto bisogno di uscire dalla Cameretta per mostrare chi ero, chi sono e chi sarò”

Abbiamo chiamato Garfo, per farci raccontare il suo EP “Cameretta”, uscito il 4 settembre 2020 per Sony Music Italy.

La copertina di “Cameretta”, il nuovo EP di Garfo.

Intervista a cura di Sergio Mattarella:

Sergio: Ciao Lorenzo! Il tuo EP Cameretta è fuori da ormai due settimane; sei soddisfatto dell’accoglienza che ha ricevuto?

Garfo: Ho ricevuto un’accoglienza abbastanza positiva su Spotify e soprattutto su Youtube, che è da sempre la mia piattaforma principale!

Sergio: Che poi tu l’EP l’hai annunciato di botto, quasi da un giorno all’altro, uscendo ad agosto dopo quasi un anno di silenzio…

Garfo: Sì è stata un’uscita molto rapida. Dopo questo periodo di silenzio non mi interessava creare hype per il disco o per il video. È uscito Ma il cielo è sempre meno blu ad anticipare il CD di pochi giorni, anche perché era il più identificativo del mio cambiamento, artistico e personale, insieme a Catarsi Addosso.

Sergio: I primi versi di Ma il cielo è sempre meno blu:

E ti ricordi il vecchio Garfo? 

Ciò che ti ha mostrato non è ciò che sta provando 

Scusate il ritardo 

Ma lo show è finito nel momento del riscatto

sono in qualche modo iconici, no?

Garfo: Sì esattamente, sono una chiave di lettura di Cameretta, in cui volevo raccontare la mia crescita.

Sergio: Da quanto è pronto l’EP?

Garfo: Considera 2-3 pezzi sono molto vecchi, rappresentano il vecchio Garfo, quello di Rime in are e di Matto. Cameretta d’altronde non è altro che questo, il momento di transizione dal Garfo bambino al Garfo grande, con alcuni aspetti del primo periodo a altri del secondo.

Sergio: Noi ci siamo conosciuti proprio nel periodo in cui uscivano queste tue prime tracce: andavamo entrambi al liceo e ricordo che nella mia scuola si parlava tanto di te perché portavi uno stile diverso, molto improntato sul “rap comedy“.

Garfo: Esattamente!

Sergio: In Cameretta l’impressione è che il rap comedy oggi ti stia un po’ stretto, come mai?

Garfo: Non voglio pormi limiti. A me il rap comedy piaceva e continua a piacere, non te lo nascondo, però voglio fare anche altro. Il mio modo di intendere la carriera è quasi pirandelliano, no? Io sono Lorenzo e posso mostrare centomila aspetti della mia personalità – non del mio personaggio – e per questo che in ogni traccia dell’EP sono un Garfo diverso. Prima ero un progetto molto “virale”, che sarebbe durato poco o comunque alla lunga mi avrebbe annoiato, e così ho deciso di stravolgere il mio percorso. Quando ho iniziato avevo 15 anni e avevo firmato per Sony, crescendo ho capito che non avevo più voglia di fare sempre e solo il personaggio.

Sergio: Però hai scelto ugualmente di uscire con Cameretta, quasi per chiudere un ciclo!

Garfo: Esatto! Dopo un anno di assenza ho sentito quasi la necessità di pubblicare un progetto che avesse questa struttura. Infatti Catarsi Addosso e Ma il cielo è sempre meno blu, che non a caso sono l’intro e l’outro, sono esattamente il tipo di canzone che voglio proporre in futuro. L’EP racconta con grande chiarezza chi ero io e, di conseguenza, chi sono io, però rappresenta anche la mia voglia di uscire da questa cameretta, da quel mondo in cui mi stavo imprigionando. La copertina infatti è una scatola in cui metto tutti i giocattoli, come per dire: “devo crescere”.

Sergio: Oggi, riascoltando l’EP, mi sono soffermato su una serie di versi di Morti x l’hype, il brano con Ozymandias:

È il mio necrologio, quello che penso lo dico

Penso che il rap io lo odio, l’ho fatto per fare il fico

C’è mia madre e un bambino, è un mio fan che fallito

Chi glielo dice che 2Pac io non l’hai mai sentito

in cui usi delle parole molto forti per parlare del rap, mi racconti queste rime?

Garfo: Quella barre sul rap è molto forte e provocatoria, ma nonostante questo io non odio di certo il rap: odio l’ambiente-rap perché ci sono troppe cose che non mi piacciono, dalla troppa rilevanza di Milano rispetto alle altre città alla presenza di chi, per spingere la propria musica, ha bisogno di leccare il culo ad artisti più famosi. Per me il discorso è semplice: fai la musica. Se arriva, bene. I rapper italiani spesso sembrano delle “gold diggers” e questo, del rap, mi fa abbastanza schifo.

Morti x l’hype, terza traccia di “Cameretta”, realizzata insieme a Ozymandias e prodotta da Dr. Wesh.

Sergio: Morte x l’hype è di fatto una grande critica, che non risparmia nessuno: pubblico, sistema industriale e artisti stessi…

Garfo: Sì perché nel sistema si è circondati di figure sbagliate: c’è il discografico che ti vuole fregare, c’è il rapper che ti scrive quando hai successo e quando sei in difficoltà si dimentica di te… È un mondo effimero, pieno di falsi. Oggi quando vado a Milano lo faccio per raggiungere i miei amici veri, registrare con loro, ma per il resto non ho intenzione di trasferirmi, anche perché devo fare ancora l’ultimo anno di scuola! – ride – E non ho nessuna fretta di andarmene! Preferisco tutta la vita stare con i miei veri amici a Piazza Bologna o a San Lorenzo che fare il finto intellettuale a Milano.

Sergio: Quindi sei anche un po’ deluso da com’è andata con il rap italiano, oltre critico, quindi la mia domanda è spontanea: cos’è che ti sta spingendo a non abbandonare la tua carriera musicale?

Garfo: È un po’ come credere in Dio ma non nella Chiesa. Io non amo l’industria musicale, ma amo fare musica, progettare, inventare… Come saprai, non sono solo un musicista, non voglio nemmeno esserlo nella vita. Vorrei lavorare nel cinema, nelle sceneggiature.

Sergio: Questo penso si veda molto nella cura della tua immagine, per esempio nei videoclip…

Garfo: A me piace tantissimo occuparmi di questi aspetti extra-musicali, più nei videoclip che, per dire, sui Social Network, dove a volte mi scordo di fare le storie, di postare… – ride – Io non voglio essere un personaggio, voglio essere tante cose, ma, soprattutto, essere sinceramente me stesso.

Sergio: E quali sono i pezzi di Cameretta che da questo punto di vista ti soddisfano di più?

Garfo: Te ne dico due: Catarsi addosso e Ma il cielo è sempre meno blu.

Il video di Catarsi addosso, diretto da Thaevil, regista, fra gli altri, dei successi di Leon Faun.

Sergio: Anche Tiaccaci ha un bel mood!

Garfo: Ti ringrazio! Vedi, anche in questi pezzi, nonostante siano molto “cazzeggio/comedy”, c’è una morale intelligente dietro: con questo linguaggio semplice ed essenziale, provo a spiegare concetti difficili. Per dire, Bangla è un pezzo sulla solitudine: racconto che in un periodo mi sono sentito così tanto solo che consideravo il “bangla” l’unico di cui potevo fidarmi veramente.

Sergio: Invece in La mia parte intollerante sei abbastanza incazzato…

Garfo: ride – Quello è un pezzo-citazione a Caparezza: volevo raccontare il sentirsi fuori dagli schemi sociali, dagli schemi del rap, in una parola: emancipazione.

Sergio: Consentimi una domanda un po’ fuori dalle righe: quando ti cali nel tuo personaggio, il Garfo un po’ simpatico e un po’ “sfigato”, lo fai sulla base di un vissuto personale?

Garfo: Ti rispondo sinceramente: io sono stato quel Garfo, che ovviamente rappresenta un’esasperazione e una parodia, ma ho avuto anche dei periodi più ordinari e, banalmente, delle ragazze. Anche per questo ho avuto bisogno di uscire da quel personaggio, dalla cameretta, perché non sono più com’ero a 14 anni, quando sono esploso. Certo non dirò mai che sono il boss della piazza, anche perché non me ne frega niente di farlo.

Sergio: Quindi immagino che a te le nuove correnti del rap italiano piacciano poco, sbaglio?

Garfo: Hai colto nel segno! Alcune cose mi fanno proprio schifo… Anzi a dirti la verità ne salvo davvero pochi.

Sergio: Tre nomi da salvare, fra gli italiani.

Garfo: Ti dico:

  1. Achille Lauro, perché è un rivoluzionario ed è un artista che si rivoluziona, album dopo album;
  2. Leon Faun, che è – come me – molto cinematografico, ha un’estetica molto figa ed è un caro amico;
  3. I SXRRXWLAND, per il loro immaginario super particolare.
Il video di Cioccorane di Leon Faun, uno degli artisti “salvati” da Garfo.

Artisti così unici e diversi dal resto mi ispirano a fare sempre meglio, nella miriade di rapper-fotocopie!

Sergio: È per questo che l’unico featuring che hai chiamato è stato Ozymandias?

Garfo: Sì con Ozy abbiamo fatto Morti x l’hype proprio per scherzare su questo: non me ne fregava nulla di avere il featuring da 100 milioni di streaming, volevo un vero amico di Roma a cantare con me. È stata una mossa davvero hip hop a mio parere! Molto più hip hop di chi si spaccia per purista e pensa solo al mero guadagno economico.

Sergio: C’è stato per caso un momento preciso che racconta la tua disillusione dal sistema musicale?

Garfo: Uno preciso in realtà no, però a furia di andare a Milano ho pensato: “ma a che mi serve?” e i dubbi sono esplosi durante la quarantena, in cui ho dovuto liberarmi da diverse sovrastrutture e schemi mentali. Non ti nascondo che ho sofferto tanto e in un certo periodo mi sono sentito inutile, bloccato, e non sono riuscito a produrre, musicalmente parlando. A un certo punto ho realizzato: “so farlo!” e quindi mi sono liberato da tutto ciò che era velenoso e inutile per la mia persona. Voglio intorno solo la gente del mio team, che mi vuole bene e a cui voglio bene.

Sergio: Non mi sembri dispiaciuto, non parli come un artista che ha perso un treno, come mai?

Garfo: Perché mi sarei bruciato subito se avessi seguito un percorso “costruito a tavolino”.

Sergio: Te lo chiedo senza giri di parole: non hai mai neanche il rimpianto dei soldi che avresti potuto guadagnare?

Garfo: Dei soldi non mi è mai davvero importato, pensa che i primi pezzi che ho pubblicato non erano neanche monetizzati! – ride – Io voglio che, a settanta anni, la gente si ricordi di me, ma ci devo arrivare step by step.

Sergio: In cos’è che ti senti di dover migliorare, invece?

Garfo: Non lo so sinceramente… Ho così tante cose da cui traggo ispirazione e da cui imparo che non te lo so dire con chiarezza, fra libri e studio cinematografico. Io sono arrivato al punto da voler comunicare concetti complessi in modo semplice, arrivando a tutti. Per me l’artista vince quando trasmette a un pubblico più ampio un messaggio complicato e difficile.

Sergio: Quindi alla base della tua musica c’è…?

Garfo: Il contenuto. Sempre. Anche Il cielo è sempre meno blu ha un testo molto semplice, ma con immagini molto ricercate… Pensa che ci ho messo tre giorni a scriverlo! Doveva essere perfetta!

Sergio: Ultima domanda: leggevo un commento su Youtube che hai ricondiviso, di un utente che notava come sei esploso così rapidamente da avere il “beneficio di fallire“. Tu hai percepito la stessa sensazione?

Garfo: Guarda quel commento ha detto una cosa che condivido al 100%! Il fallimento, secondo me, è un qualcosa che esiste solo se ne hai paura. A me del fallimento sui Social Network o dal punto di vista dei numeri non me ne importa niente. Sto lavorando per me stesso. Nella musica e nella vita.

Ascolta Cameretta, il nuovo EP di Garfo!

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