Dal grunge alla trap – Un viaggio nella storia della musica con Kety

Il rapper romano di origine romana Ketama126 (al secolo Piero Baldini) ha da poco tempo rilasciato il suo quarto album ufficiale, Kety, un progetto molto personale, probabilmente il più personale tra i suoi lavori, nonostante sia anche il suo primo album in major, come lui stesso ha dichiarato:

Ho deciso di chiamarlo così perché dentro ci sta tutto me stesso

“La musica per me è come una figlia, è nata da me ed a mia immagine e somiglianza, e la proteggerò per sempre perché è l’unica cosa che ho

Il disco prende il nome direttamente dall’artista, il quale ha scelto di utilizzare un’abbreviazione del suo nome d’arte, Ketama126, per sottolineare la natura personale del progetto. Nonostante si possa pensare, visto il personaggio, all’esplicito riferimento alla droga, l’alter ego artistico di Piero trae il suo nome da un evento riguardante la sua adolescenza di cui ha parlato più volte:

Il nome Ketama nasce da molto prima che facessi rap, in una maniera molto più stupida e meno rocambolesca di quanto immagini. Avevo all’incirca 15 anni ed era una delle prime volte che andavo a casa del Gordo, un nostro caro amico venuto a mancare in circostanze molto drammatiche un paio di anni fa, ad un certo punto arrivò il padre di Gordo che disse al figlio riferendosi a me: “Stai attento quello è un’acqua cheta!”. Da lì in poi Gordo e tutti gli altri decisero di chiamarmi Keta, che poi divenne Ketama, o Tama.

La maggior parte delle tracce presenti nel disco sono prodotte direttamente da Ketama (gli altri produttori presenti sono Nino Brown, Drone 126, Don Joe, Crookers e Nick Sarno) e ciò comporta una fusione di tutti i generi musicali che hanno contribuito al bagaglio artistico/culturale dell’artista: Rock, Metal, Emo, Hip Hop, Pop punk e Grunge. Questa fusione è resa possibile ed armonizzata dalle tematiche trattate e dal modo di descriverle di Ketama e, come ha detto Sheffer, giovane rapper e producer vicino al blog, ha dato come risultato finale “il suono più vero dell’anno”.

Vero” è l’aggettivo più azzeccato quando si cerca di descrivere Ketama o i suoi lavori. Ascoltare i suoi beat e leggere le sue parole proietta nel suo mondo, un mondo cupo, un mondo vero e duro, fatto di droga e del suo squallore. Come sottolineato da lui stesso in più di un’occasione, a differenza di molti artisti, che parlano di droga solamente perché “è un concetto che vende e che fa fighi”, Kety ha vissuto davvero (e vive tutt’ora) la strada e l’abuso di sostanze stupefacenti. Nonostante il disco possa sembrare monotematico ed incentrato sulle droghe, l’obiettivo di Ketama non è quello di mitizzare l’utilizzo di sostanze, anzi, al contrario, descrive in maniera cruda e reale quel mondo, il mondo che vive quotidianamente, nella speranza di poter allontanare i suoi ascoltatori da esso.

“Non sto dicendo che la droga è bella, tutt’altro. Io mostro la droga per quello che è in questo video, e se voi la scegliete sapete a cosa andate incontro

“Nel video non ho ritratto la situazione della droga come una situazione colorata, divertente e bella. Penso si veda palesemente lo squallore della situazione, quindi dovrebbe essere quello ad invogliarvi a non usare; poi ognuno è libero di fare ciò che vuole”

(Parole riferite al video di Lucciole in un’intervista con Noisey)

La “verità” dell’artista si rispecchia anche nella scelta dei feat, scelti tra alcuni degli artisti più real della nuova e della vecchia scuola. (Fabri Fibra, Tedua, Noyz Narcos, Speranza, Massimo Pericolo e Franco 126. Menzione speciale per Generic Animal, musicista che ha curato molti dei lavori di Ketama e la cui voce si può ascoltare nel brano Babe). È presente anche Franco Califano, cantautore molto apprezzato dal collettivo 126, alla cui voce è affidato il ritornello di Che cos’è l’amore.

L’album contiene 14 tracce e si apre con Denti d’oro, un brano con cui Ketama canta la sua rivalsa nei confronti di coloro che durante la sua vita lo hanno guardato dall’alto verso il basso. Filo conduttore della canzone è, oltre alla oramai tanto citata droga, il denaro.

Segue Jeans Strappati, con Fabri Fibra, che Kety ha definito “suo zio acquisito”. Nel brano è presente una linea di sax scritta e suonata da Adalberto Baldini, padre di Ketama, che è presente con il suo sassofono ed il suo clarinetto in diverse tracce. Interessante la scelta di applicare l’autotune su tutta quanta la strofa di Fibra, che aumenta il merge tra la vecchia e la nuova scuola.

Love Bandana, prodotta da Chris Nolan, in cui è presente Tedua, al momento, oltre a Scacciacani, singolo uscito prima del disco, è l’unico brano dell’album di cui sia uscito il video musicale. In questa canzone i temi sono i soliti, donne, droga e soldi, ed è sicuramente presente una delle lines più interessanti dell’intero progetto:

“Potevo essere un tossico morto / invece sono un tossico ricco. / A quarant’anni squaglio il disco d’oro/ ma non è mica detto che ci arrivo”

dalla quale si può evincere la consapevolezza circa le scelte operate dall’artista durante la sua vita e la sua concezione incerta del futuro.

Nei brani Spara e Problema (ft. Speranza) emerge un altro tema, cioè quello dell’odio nei confronti dello stato e delle istituzioni:

E quando vedi la questura/Prendi la .38 e spara, ehi, e spara

Non voglio aiuti dallo stato/La droga la compro coi soldi che faccio

Servizi sociali, sto riabilitando/Chiunque lavora con me, s’è fatto almeno un anno

I brani musicalmente più interessanti sono, sicuramente, Gitano, Come Va e Più Forte. Il primo unisce alla trap delle sonorità latine (scherzando Ketama imputa questa scelta al fatto che sia originario di Latina, nel Lazio), puntando su un beat molto particolare e ballabile; La seconda porta un sound totalmente nuovo, ispirato al punk: il beat è molto confuso e distorto, mentre la voce è strozzata e Kety urla per la maggior parte del tempo; infine la terza ha un beat chiaramente derivante dal rock e caratterizzato da assoli di chitarra in sottofondo.

Complessivamente, dunque, il nuovo album di Ketama rappresenta in Italia qualcosa di nuovo che raramente abbiamo la possibilità di ascoltare. È un album che va compreso, non soltanto per quanto riguarda i temi trattati, ma anche dal punto di vista delle sonorità, che magari al primo ascolto possono risultare troppo confuse e ibride tra loro.

Con un ascolto dedicato e più profondo si comprende che l’artista ha sicuramente ripagato l’attesa e non ha deluso, nonostante l’hype che si era creato intorno al progetto prima che uscisse.

Unica nota negativa: l’assenza di molti membri del collettivo CXXVI, rappresentati nel disco da due soli componenti (Franco e Drone), a discapito di Pretty Solero ed Ugo Borghetti (il secondo più di tutti avrebbe potuto adattarsi al mood dell’album).

Insomma, che dire, è sicuramente un album “pesante”, dal punto di vista dei contenuti presentati, del linguaggio usato e delle sonorità, ma è contemporaneamente un album di cui è impossibile non innamorarsi.

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